Da qualche giorno mi torna in mente il titolo di un libro di Bruce Chatwin. Forse perché sono in viaggio anch’io o forse perché, a pensarci bene, quel “qui” non indica necessariamente un luogo.
Che ci faccio qui? In questa città, in questa casa, in questo lavoro, in questa relazione, in questo punto preciso della mia vita. E soprattutto: sono qui perché l’ho scelto o perché non ho avuto il coraggio di andare altrove?
Mio padre partiva. Era un uomo inquieto. Dall’Inghilterra all’Italia e poi di nuovo in Inghilterra, perché quello che aveva trovato non era mai esattamente ciò che cercava. Poi la Tunisia, la Germania, altri luoghi, altre partenze. Sembrava esserci sempre un altrove capace di promettere qualcosa che il luogo presente non riusciva a mantenere.
Quando è morto mio fratello ed è stato sepolto al paese, per lei quel luogo è diventato qualcosa da cui non era più possibile allontanarsi. Come se partire significasse lasciare indietro anche lui. Mio padre continuava a cercare, mia madre era tornata nel luogo dal quale, in fondo, non era mai veramente partita.
Per molto tempo ho creduto che la stabilità fosse la risposta. Forse perché avevo conosciuto troppo bene l’inquietudine del movimento e avevo paura di ripeterla. Cercavo punti fermi, radici, qualcosa che mi assicurasse che io non sarei diventata una raminga.
Non necessariamente nello spazio. Ho cambiato strade, lavori, prospettive. Ho lasciato persone e luoghi che avevano rappresentato casa e ne ho incontrati altri. Ho imparato che qualcosa può essere importante senza dover durare per sempre.
Non tutte le partenze, però, nascono da qualcosa da cui fuggire. Mi torna in mente Abramo, chiamato a lasciare la sua terra, la sua casa, ciò che conosce, per andare verso un luogo che ancora non sa nominare. Parte senza sapere dove arriverà, perché riconosce una chiamata. Forse accade anche a noi, in forme molto meno solenni: ci sono momenti in cui restare significherebbe non ascoltare qualcosa che dentro di noi chiede di crescere.
Ci sono persone che attraversano città, Paesi, relazioni, lavori, convinte che il prossimo luogo sarà finalmente quello giusto. E ogni volta ricomincia la stessa inquietudine. Cambia il paesaggio, ma qualcosa rimane identico.
L’ho sentito con particolare chiarezza proprio in questi giorni. Sono in vacanza, mi diverto, riposo, vedo luoghi bellissimi. Eppure mi sono accorta che possiamo cambiare stanza, città, panorama, affacciarci sul mare più bello del mondo, ma ciò che ci abita viene con noi.
E allora mi domando se non siamo tutti, prima o poi, pellegrini. Non necessariamente perché lasciamo una terra, ma perché arriva un momento in cui ciò che eravamo non basta più e ciò che saremo non ha ancora un nome.
Ma non possiamo camminare sempre. Arriva un momento in cui abbiamo bisogno di fermarci, posare il bagaglio, riconoscere un volto, apparecchiare una tavola e sentire, almeno per un po’, che non dobbiamo andare da nessun’altra parte. Poi magari ripartiremo. O magari no.
- Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, Milano, 1990.
- Bibbia, Genesi 12,1-4.