Numero dieci: Esuli e raminghi

Che ci faccio qui?

Che ci faccio qui?

Da qualche giorno mi torna in mente il titolo di un libro di Bruce Chatwin. Forse perché sono in viaggio anch’io o forse perché, a pensarci bene, quel “qui” non indica necessariamente un luogo.

Che ci faccio qui? In questa città, in questa casa, in questo lavoro, in questa relazione, in questo punto preciso della mia vita. E soprattutto: sono qui perché l’ho scelto o perché non ho avuto il coraggio di andare altrove?

Nella mia famiglia partire e restare non sono mai stati gesti neutri.

Mio padre partiva. Era un uomo inquieto. Dall’Inghilterra all’Italia e poi di nuovo in Inghilterra, perché quello che aveva trovato non era mai esattamente ciò che cercava. Poi la Tunisia, la Germania, altri luoghi, altre partenze. Sembrava esserci sempre un altrove capace di promettere qualcosa che il luogo presente non riusciva a mantenere.

Mia madre lo ha seguito per molto tempo. Poi ha smesso.

Quando è morto mio fratello ed è stato sepolto al paese, per lei quel luogo è diventato qualcosa da cui non era più possibile allontanarsi. Come se partire significasse lasciare indietro anche lui. Mio padre continuava a cercare, mia madre era tornata nel luogo dal quale, in fondo, non era mai veramente partita.

Sono cresciuta in mezzo a queste due possibilità: andare e restare.

Per molto tempo ho creduto che la stabilità fosse la risposta. Forse perché avevo conosciuto troppo bene l’inquietudine del movimento e avevo paura di ripeterla. Cercavo punti fermi, radici, qualcosa che mi assicurasse che io non sarei diventata una raminga.

Poi, lentamente, ho scoperto che si può essere prigionieri anche delle proprie radici.
E ho cominciato a muovermi.

Non necessariamente nello spazio. Ho cambiato strade, lavori, prospettive. Ho lasciato persone e luoghi che avevano rappresentato casa e ne ho incontrati altri. Ho imparato che qualcosa può essere importante senza dover durare per sempre.

Pochi giorni fa ho lasciato andare anche la mia prima macchina. Può sembrare un oggetto insignificante dentro una storia di partenze e ritorni, e invece per me non lo era. Con quella macchina avevo imparato, letteralmente, a muovermi. Prima di allora ero molto più radicata, ma non sempre per scelta. Ho cominciato a chiedermi se alcune delle mie radici non fossero, in realtà, paure alle quali avevo dato un nome più rassicurante.
Quella macchina era stata il mio primo piccolo strumento di libertà. Mi aveva insegnato che potevo andare.
Eppure, quando è arrivato il momento, ho potuto lasciare andare anche lei. Perché a volte, per continuare il viaggio, bisogna avere il coraggio di salutare ciò che ci ha portati fin lì e fare spazio a ciò che ci accompagnerà nel tratto successivo.
 

Non tutte le partenze, però, nascono da qualcosa da cui fuggire. Mi torna in mente Abramo, chiamato a lasciare la sua terra, la sua casa, ciò che conosce, per andare verso un luogo che ancora non sa nominare. Parte senza sapere dove arriverà, perché riconosce una chiamata. Forse accade anche a noi, in forme molto meno solenni: ci sono momenti in cui restare significherebbe non ascoltare qualcosa che dentro di noi chiede di crescere.

Ci sono persone che attraversano città, Paesi, relazioni, lavori, convinte che il prossimo luogo sarà finalmente quello giusto. E ogni volta ricomincia la stessa inquietudine. Cambia il paesaggio, ma qualcosa rimane identico.

L’ho sentito con particolare chiarezza proprio in questi giorni. Sono in vacanza, mi diverto, riposo, vedo luoghi bellissimi. Eppure mi sono accorta che possiamo cambiare stanza, città, panorama, affacciarci sul mare più bello del mondo, ma ciò che ci abita viene con noi.

Forse è questo l’esilio più difficile da riconoscere: quello da noi stessi.
Non servono frontiere per diventare stranieri. A volte basta non riuscire più ad abitare la propria vita.

E allora mi domando se non siamo tutti, prima o poi, pellegrini. Non necessariamente perché lasciamo una terra, ma perché arriva un momento in cui ciò che eravamo non basta più e ciò che saremo non ha ancora un nome.

Camminiamo.
Cerchiamo persone, luoghi, appartenenze. Io stessa, ovunque abbia vissuto, ho sempre sentito il bisogno di creare comunità. Ho incontrato persone che per un tratto della mia vita sono state casa. Alcune oggi non le vedo più, di altre non ho più notizie. Eppure non considero perduto ciò che abbiamo condiviso. Continuano ad abitare una parte di me.
Forse una casa è anche questo: qualcosa che possiamo lasciare senza perderla.

Ma non possiamo camminare sempre. Arriva un momento in cui abbiamo bisogno di fermarci, posare il bagaglio, riconoscere un volto, apparecchiare una tavola e sentire, almeno per un po’, che non dobbiamo andare da nessun’altra parte. Poi magari ripartiremo. O magari no.

Non credo più che il movimento sia necessariamente libertà, così come non credo che restare significhi aver trovato casa. Si può attraversare il mondo intero continuando a fuggire e si può rimanere tutta la vita nello stesso luogo senza riuscire ad abitarlo davvero. Si può partire per paura e restare per paura; partire per desiderio e restare per amore.
Allora forse la domanda non è davvero: dove stai andando?
È: che cosa ti sta muovendo?
Non so dove vivrò tra qualche anno. Potrei rimanere dove sono, traslocare ancora, magari innamorarmi di un luogo che oggi neppure conosco. Un tempo questa incertezza mi avrebbe spaventata. Oggi mi incuriosisce.
Forse perché comincio a capire che la nostra vera casa non ha un indirizzo. E che essere a casa non significa necessariamente aver trovato il posto in cui restare per sempre.
Forse significa semplicemente non avere più bisogno di fuggire dal luogo in cui siamo.
Nemmeno quando quel luogo siamo noi.

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