Numero dieci: Esuli e raminghi

Si entra con un noi, si esce con un numero

Si entra con un noi, si esce con un numero

Ci sono parole che usiamo con naturalezza, senza accorgerci davvero del loro peso. Una di queste è “appartenenza”. La pronunciamo parlando della famiglia, degli amici, di un paese, ma la usiamo sempre più spesso anche per il lavoro. Cerchiamo aziende nelle quali riconoscerci, team in cui sentirci a casa, organizzazioni che parlino la nostra lingua di valori.

In fondo continuiamo a cercare una tribù.

Non è strano. Per gran parte della nostra storia, appartenere a un gruppo significava sopravvivere: fuori dal branco non c’era libertà, c’era esposizione. Oggi non abitiamo più le savane, ma quella memoria abita ancora noi, sedimentata in un corpo che continua a leggere l’esclusione come una minaccia, non come un evento amministrativo. È forse per questo che l’ingresso in un’organizzazione assomiglia più di quanto immaginiamo a un rito d’iniziazione.

C’è un primo giorno, un badge, un computer, una scrivania, un lessico da imparare. Piccole cose che sommate dicono: ora sei dei nostri. Le aziende non raccontano solo un business, parlano di missione, di valori, a volte perfino di famiglia, perché nessuna organizzazione vive soltanto di processi. Vive anche di significati condivisi, di storie in cui le persone possano riconoscersi.

Ma proprio qui comincia una tensione sottile. Ogni relazione di lavoro nasce dall’incontro di due lingue. Quella della relazione, fatta di fiducia, riconoscimento, crescita — e quella dell’istituzione, fatta di sostenibilità, strategia, continuità nel tempo. Non sono in conflitto tra loro. Sono semplicemente diverse, e convivono fin dal primo giorno, spesso senza che nessuno le nomini. Ma un buon bilinguismo si apprende negli anni, a volte a suon di esperienze.

Chi entra porta con sé motivazioni diverse, e raramente una sola: c’è chi si affida soprattutto al registro della relazione — la fiducia, il desiderio di riconoscersi in qualcosa — e c’è chi entra con un calcolo più dichiarato, uno stipendio, una riga nel curriculum, un trampolino verso altro. Sono strategie ugualmente legittime, e più spesso convivono nella stessa persona in proporzioni che cambiano nel tempo. Ma quanto più, nel tempo, prende peso il registro della relazione, ed è quasi inevitabile che accada, lavorando ogni giorno fianco a fianco con altre persone,tanto più si dimentica che dall’altra parte l’organizzazione non ha mai smesso di investire anche in modo istituzionale: accoglie una persona, ma tutela nello stesso momento un sistema che deve durare oltre quella persona. Finché tutto procede, questa doppia natura resta silenziosa. Non la vediamo. È lo sfondo, non la scena.

Poi accade qualcosa. Una riorganizzazione, una fusione, un ridimensionamento. E l’organizzazione, in quel momento, torna a parlare la lingua che le è propria in ultima istanza: quella dell’istituzione. Deve garantire la propria sostenibilità, e per farlo deve poter contare le persone, non solo riconoscerle. La persona, invece, resta nella lingua della relazione. Non perché ignori la realtà economica, la conosce, spesso meglio di chi glielo spiega, ma perché ciò che ha vissuto, alla fine, giorno dopo giorno, è stato molto più di un contratto. È stato un noi. Per questo frasi come “non è una questione personale” rischiano di stupire, irritare se non fare danno. Possono essere sincere, perfino corrette dal punto di vista di chi le pronuncia. Ma arrivano dentro un’esperienza vissuta come profondamente relazionale, e in quella lingua semplicemente non significano nulla. È il punto esatto in cui due sistemi di significato smettono di tradursi a vicenda.

È qui che il lavoro smette di essere solo un tema economico e diventa un tema di esilio. Perché cos’è, in fondo, l’esilio, se non l’espulsione da un luogo a cui si credeva di appartenere per diritto, e non solo per concessione? Chi viene mandato via da una tribù, antica o contemporanea che sia, fatta di terra o di organigrammi, non perde solo un ruolo. Perde una geografia interiore, le coordinate con cui si era imparato a dire “io sono di qui”. Entriamo in un’azienda attraverso un noi: un colloquio in cui qualcuno ci ha scelti, un giorno in cui qualcuno ci ha accolti, un tempo in cui abbiamo imparato i suoi riti e li abbiamo fatti nostri. A volte usciamo attraverso un numero: una voce di bilancio, una posizione ridondante, una lettera che parla di “esuberi”, una parola che, non a caso, contiene già in sé l’idea di eccedenza, di ciò che sta fuori dalla misura consentita.

Non è necessariamente un torto. Le organizzazioni non sono famiglie, per quanto ne adottino il linguaggio, e la loro sopravvivenza richiede decisioni che nessun affetto può sospendere. Ma è uno scarto, ed è uno scarto che fa male in un punto molto preciso: nel punto in cui avevamo creduto — o ci era stato chiesto di credere — che la lingua della relazione fosse l’unica in gioco. Forse la domanda giusta non è quale lingua sia quella vera, quale quella ipocrita. Forse la domanda è se siamo disposti a riconoscere, fin dal primo giorno e non solo nel momento della rottura, che esistono entrambe, sempre, in parallelo. Perché se ne vediamo solo una, ogni separazione sembra un tradimento e ogni cambiamento un esilio ingiusto. Se riconosciamo entrambe, forse non soffriamo meno: l’esilio resta esilio, anche quando è previsto dal contratto, ma comprendiamo meglio ciò che ci accade, e questo, a volte, è già un modo per restare in piedi.

E allora, per chi esce attraverso un numero, dove si va? Da nessuna parte di preciso, e proprio per questo verso ogni parte possibile. C’è chi torna a cercare un’altra tribù da imparare a riconoscere, un altro lessico, un’altra scrivania, e ricomincia a dire noi, sapendo già, questa volta, che un giorno potrebbe tornare a essere un numero, e scegliendo comunque di appartenere.

Ma c’è anche chi, prima di trovare una nuova tribù, attraversa per un tratto la terra di nessuno dell’esiliato: la solitudine di chi non ha ancora un noi a cui rispondere. E scopre, forse con sorpresa, che si sopravvive anche lì, non nonostante l’assenza di un branco, ma imparando a stare senza, per un tempo che non si può abbreviare a comando. Ed è proprio in quel tratto di terra di nessuno che, se si alza lo sguardo, si nota qualcosa che da dentro l’organizzazione era invisibile: un noi più largo e meno esclusivo non è mai davvero scomparso. È il noi di chi fa lo stesso mestiere, lo conosce dall’interno, ne condivide il gergo e le fatiche anche senza condividerne il datore di lavoro: una comunità di pratica, una categoria, un albo, un settore. Meno intimo di quello perduto, meno capace di darti un badge, una scrivania, uno stipendio, ma reale: l’esiliato del lavoro raramente è del tutto senza patria, è più spesso senza una casa particolare all’interno di una cittadinanza che continua a valere. Ed è in quel tratto di terra di nessuno che qualcuno, invece di aspettare di essere ammesso altrove, comincia a costruire una tribù propria: piccola, forse fragile, ma non ricevuta in dono da un’istituzione — fondata. L’esilio del lavoro contemporaneo non ha un’unica via di ritorno. Ha almeno queste tre, e probabilmente altre ancora, e la sola domanda che le accomuna non è soltanto dove, questa volta, scegliamo di posarci, ma con quale consapevolezza delle due lingue affrontiamo il tratto di strada che resta.

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