Numero nove: AAA Empatia cercasi

Il confine perduto

Il confine perduto

C’è un momento in cui l’accompagnare l’esperienza di un altro smette di essere un ponte tra due soggettività e diventa il crollo di una delle due dentro l’altra. Fenomenologicamente, l’incontro richiede sempre due poli distinti, in dialogo. Quando uno dei due si dissolve volontariamente nell’altro, non esiste più relazione: esiste fusione. Edith Stein, nel suo Il problema dell’empatia, ci dice: io accedo all’esperienza dell’altro sapendo che è esperienza dell’altro. Se la vivo come mia, l’empatia è già stata perduta, non un suo eccesso, ma la sua negazione.

La Gestalt descrive lo stesso fenomeno in termini di confine: la persona non distingue più ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. E qui che l’aiuto si interrompe, perché manca la differenziazione.

Il coach/counsellor/consulente che segue un cliente in difficoltà economica ne è un esempio concreto. Comprende la paura, poi la sente, poi desidera aiutare: fin qui la relazione funziona. Ma se il confine non regge, quella paura diventa “sua”. Dubita del proprio valore, abbassa il prezzo, lavora gratis, cerca di salvare il cliente invece di accompagnarlo. Non è più presente: sta reagendo a un’emozione che crede propria.

Lo stesso meccanismo si ritrova ovunque esista una relazione asimmetrica: il manager identificato con l’azienda, il leader col team, il genitore col figlio, il terapeuta col paziente. In ogni caso la persona smette di osservare il fenomeno che ha davanti e comincia a viverlo come se le appartenesse, e chi vive un fenomeno da dentro non può più orientarlo. Può solo esserne attraversato.

C’è una ragione precisa per cui questo rischio si acuisce proprio nelle fasi di transizione identitaria, perché lo stesso fenomeno descritto finora — fusione contro differenziazione — non accade solo tra sé e l’altro. Accade prima ancora dentro di sé.

Nella fase di mezzo di una transizione iniziano a coestistere due versioni della stessa persona. C’è una versione che continua ad agire, che porta avanti il lavoro, le relazioni, le responsabilità con competenze consolidate e un ruolo riconoscibile. E c’è una versione che sta emergendo, non ancora del tutto formata, orientata verso qualcosa che si intuisce ma non si padroneggia ancora. Sono distinte.

Il disagio tipico di questa fase, quel senso diffuso di “disallineamento”, di non riconoscersi del tutto in ciò che si sta facendo, viene spesso letto come un problema da risolvere in fretta, un sintomo di incoerenza da ricomporre. Ma se lo si guarda con le stesse lenti usate finora, appare qualcos’altro. Le due versioni, in questa fase, non sono fuse: restano distinte. E se restano distinte, se posso sentirle entrambe come mie, ma diverse tra loro, senza confonderle in un’unica narrazione precoce, allora quello che sto vivendo non è identificazione. È esattamente il suo contrario: è un disaccoppiamento in corso.

Prima della transizione, probabilmente, non c’era questa doppia percezione. C’era una sola versione di sé, vissuta come l’unica possibile. Una forma di identificazione silenziosa con il proprio ruolo operativo, tanto stabile da non essere nemmeno percepita come tale. Il disallineamento che si prova ora, per quanto scomodo, è il segno che quella fusione si sta sciogliendo. Sembra essere prevalentemente la rottura di un equilibrio, ma in realtà è la nascita di un confine dove prima non ce n’era uno.

Questo è, in un certo senso, il punto più delicato e prezioso di tutta la traiettoria. Perché è proprio nel momento in cui una persona sta faticosamente differenziando due versioni di sé, che la tentazione di fondersi con l’altro (il cliente, il team, il figlio) si fa più forte: fondersi con un problema esterno può offrire, per un istante, l’illusione di un’identità solida e unica — “sono la persona che risolve questo” — proprio mentre internamente ci si sta misurando con una molteplicità che non si è ancora imparato a sostenere. Due disaccoppiamenti delicati, uno interno e uno relazionale, che si intrecciano e possono rinforzarsi a vicenda: nel bene, se vengono riconosciuti come tali, o nel male, se il disagio del primo spinge a rifugiarsi nel secondo.

Riconoscere questa distinzione, ovvero due voci interne, non una voce sdoppiata, è già di per sé un atto fenomenologico: significa restare aperti a entrambe le esperienze del sé così come si manifestano, senza forzarle prematuramente in un’unica narrazione coerente. La coerenza, è semplicemente ciò che verrà dopo, quando il disaccoppiamento avrà fatto il suo lavoro.

Se il problema non è l’eccesso di empatia ma la perdita del proprio centro, allora la soluzione non può essere “empatizzare di meno”. Sarebbe come dire a qualcuno di vedere di meno per non abbagliarsi: si perderebbe proprio ciò che rende possibile la relazione d’aiuto.

La via fenomenologica propone qualcosa di diverso. Non consiste nell’interpretare o spiegare ciò che l’altro vive, perché apparterrebbe già a una lettura fatta con le proprie categorie. Consiste piuttosto nel rimanere aperti alla sua esperienza così come si manifesta, sospendendo il più possibile giudizi e supposizioni, ma “senza mai smettere di essere il soggetto che osserva”.

È un doppio movimento, quasi un respiro: avvicinarsi abbastanza da cogliere l’esperienza dell’altro nella sua verità, e restare abbastanza distinti da poterla, ancora, restituire come dono e non come eco confusa della propria.

C’è un’immagine che forse rende meglio di ogni spiegazione questo punto di equilibrio: due strumenti musicali accordati sulla stessa nota, posti vicini nella stessa stanza. Se ne fai vibrare uno, l’altro comincia a vibrare da solo per risonanza. È un corpo che sente ciò che accade nell’altro, senza mai smettere di essere se stesso, con la propria cassa armonica, il proprio legno, la propria voce distinta.

Ma se i due strumenti venissero fusi in un unico corpo, quella vibrazione condivisa scomparirebbe insieme al confine che la rendeva possibile. Non ci sarebbe più risonanza, più niente da far risuonare, perché non ci sarebbero più due corpi distinti tra cui la vibrazione potesse passare.

La possibilità di restare due, pur vibrando insieme: è questo che permette l’incontro. Fondersi in uno solo, invece, non fa che spegnere ogni voce: quella dell’altro, e infine anche la propria.

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