Numero dieci: Esuli e raminghi

Chi vaga per non fermarsi

Chi vaga per non fermarsi

C’è una storia che si racconta da sempre, in mille versioni diverse, e che tutti conoscono anche senza saperlo. È la storia di uno che parte, attraversa il mondo, incontra prove e pericoli, e alla fine trova qualcosa: se stesso, la verità, un posto dove appartenere. Non è un caso se il ritorno di Ulisse continua a essere raccontato e riscritto, anche dal cinema contemporaneo. Il mito del viaggio, si direbbe, non passa mai di moda.

Nella mitologia norrena c’è Odino, il dio che viaggia nei mondi sotto le sembianze di un vecchio viandante, mosso da unincessante ricerca di sapienza. Nella tradizione popolare europea c’è la leggenda dellEbreo errante, Assuero, condannato a vagare fino alla fine dei tempi, senza poter trovare riposo né morire: una punizione che, nelle riletture letterarie più tarde, diventa anche figura di memoria e di conoscenza dolorosa. E nel pensiero cristiano medievale si afferma lidea dellhomo viator, lessere umano in cammino: la vita intera come pellegrinaggio verso la patria celeste. Si nasce già in viaggio verso casa, ma quella casa definitiva è altrove, non qui.

Sono racconti diversi, ma condividono una promessa che ancora ci seduce. Il mito cambia abito, lascia il mantello per lo zaino, ma il messaggio resta identico: si parte, ci si perde e si torna unaltra persona. Lo si ritrova ovunque: nei social, nei corsi di crescita personale, nelle citazioni sotto le foto di tramonti lontani, nei consigli di chi promette che la vita vera cominci sempre un passo oltre la propria comfort zone. È diventato quasi un dovere morale: chi non si muove non cresce. Chi resta fermo, si dice, si sta perdendo qualcosa.

Eppure vagare non è sempre cercare qualcosa. C’è un altro volto del ramingo: non leroe in cammino verso una rivelazione, ma chi si tiene abbastanza occupato, abbastanza in movimento, da non dover mai verificare se, fermandosi, reggerebbe lo sguardo su di sé. Perché finché ci si muove, quella domanda resta in sospeso. La domanda diventa unaltra: chi sono, quando nessuno mi guarda muovermi e io stesso smetto, per un attimo, di guardarmi da fuori?

Viviamo dentro ruoli che ci precedono: genitori, professionisti, figli, amici, partner. Il problema comincia quando smettiamo di abitarli e finiamo per coincidere interamente con essi. Allora il personaggio prende il posto della persona e ogni movimento rischia di diventare un modo per non sentire ciò che quel personaggio non riesce più a contenere. Ogni ruolo porta con sé un’idea di come dovremmo comportarci, quasi un copione scritto dalla famiglia, dal lavoro, dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma chi interpreta quel copione ha un passo, un tempo e desideri propri, che non sempre coincidono con ciò che gli viene chiesto di fare. Così, quando la distanza tra il ruolo recitato e la persona che lo recita diventa troppo grande, nasce una tensione. Ed è una tensione scomoda, perché mette davanti a una domanda difficile: si sta ancora facendo questo perché lo si vuole o solo perché è quello che ci si aspetta?

Quella tensione, se non viene ascoltata, cerca uno sfogo. E uno degli sfoghi più comuni, così comune che quasi non lo si nota più, è il movimento. Si cambia lavoro, progetto, città; a volte perfino gli affetti. Purché la crepa non diventi visibile. Un movimento continuo, talvolta spasmodico: un fare per essere, senza un essere che guidi il fare.

Non serve nemmeno salire su un aereo per scappare. Basta restare fermi con il corpo e correre lo stesso con la testa. È quel modo di attraversare le giornate saltando da un impegno allaltro, riempiendole fino allorlo, senza fermarsi abbastanza a lungo su una cosa sola da sentirla davvero fino in fondo. Si fa, si fa, si fa. Si finisce un compito e la testa è già sul prossimo, prima ancora di aver chiuso davvero il primo. A volte non è distrazione, né soltanto mancanza di tempo. Può essere una strategia silenziosa e quasi invisibile a chi la mette in atto: restare in superficie su tutto è più sicuro che affondare in una sola cosa e scoprire cosa c’è sotto, o cosa non c’è. Il movimento, fisico o soltanto mentale, mette a tacere la domanda. Non la risolve: la sospende per un po. E dolore, paura, stanchezza, desiderio: tutto ciò che non si riesce a guardare, per un tratto smette di farsi sentire.

C’è una parola antica che vale la pena recuperare: harmonía. Richiama lidea di accordo, di giusta connessione tra parti diverse. Armonizzare, riferito a una persona, non significa vivere senza conflitti né essere sempre coerenti. Vuol dire che le proprie parti, come quella che agisce e quella che osserva, quella che corre e quella che sa perché corre, riescono a parlarsi. Quando ci si ferma può emergere una domanda che il movimento teneva sullo sfondo. La sosta non crea larmonia, la rende udibile. Può aiutarci il maestro dorchestra interiore: lenergia che sa ascoltare, accordare e condurre le diverse voci che ci abitano. Ci si chiede allora se ciò che si sta facendo è ancora fedele alla musica che si vuole portare nel mondo.

Chi non si ferma mai non evita di scoprire una frattura dentro di sé. Evita, piuttosto, la possibilità stessa di vederla.

A livello collettivo, viviamo in un tempo che misura il valore di una vita dalla sua capacità di apparire riuscita. I social ne sono la vetrina più spietata. E se non si riesce a tenere il passo, si finisce per sentirsi esuli dal proprio tempo, dal proprio corpo, perfino dalla propria mente. Così, nello zaino di ciascuno, si accumulano pensieri giudicanti e la sensazione tagliente di non fare mai abbastanza, mentre attorno tutto sembra accelerare e nessuno pare potersi permettere di restare indietro.

Farcela diventa una questione di principio: non tanto vivere meglio, quanto dimostrare, a sé stessi prima ancora che agli altri, di meritare il proprio posto e di non restare indietro. È un inganno che si autoalimenta, perché non lascia intravedere altri scenari: se ce la fanno tutti, chi si è per non farcela?

Ciò che filtra dai social è quasi sempre una selezione, non una vita intera: una superficie levigata, costruita per essere guardata. A forza di misurarsi con quella superficie, si rischia di diventare esuli dalla propria vita, trasformata in qualcosa da mostrare più che da abitare.

Anche qui, sotto forme diverse, si ritrova lo stesso meccanismo: il movimento perenne, fisico, mentale o d’immagine, come sostituto della sosta. Perché fermarsi, davvero, vorrebbe dire chiedersi se quella vita, così come appare, è anche quella che si vuole vivere. Ed è una domanda, talvolta, più spaventosa di qualunque partenza.

Questo non significa che fermarsi debba voler dire restare per sempre. Sarebbe unaltra favola consolatoria, opposta a quella del viaggio che trasforma ma identica nella sostanza: unaltra promessa di salvezza facile. Il punto è un altro: portare consapevolezza nel momento esatto in cui si sta per ripartire, ancora una volta, verso qualcosaltro. Chiedersi se quella sia una partenza o una fuga.

Simone Weil chiamava attenzione una forma di attesa: non lo sforzo di trovare subito una risposta, ma la disponibilità a restare davanti a ciò che ci interroga senza riempirlo immediatamente di rumore, di lavoro, di spiegazioni. Non unattesa passiva, dunque, ma una scelta di presenza: restare in ascolto senza fuggire subito verso una risposta, un impegno, una spiegazione.

Non si tratta di aspettare che la risposta arrivi da sola. Si tratta di scegliere di non soffocare la domanda: restarle davanti, abbastanza a lungo da poterla ascoltare.

WMagazine si co-crea con chi lo legge

Se questo articolo ti ha toccata, se qualcosa ha risuonato — o anche se ti ha disturbata, interrogata, messa in movimento — scrivimi.
Raccontami cosa hai sentito leggendo. Quali domande ti sono emerse. Dove ti sei riconosciuta.
Non cerco consenso, cerco dialogo. Educato, aperto, vivo.

Altri articoli

Quando il senso è una fissa, siamo in trappola?
Roberta Bailo
Se lo cerchi razionalmente troverai risposte di un certo tipo, ma non sarai unito — con la testa per aria inciamperai ad ogni sasso.Se lo cerchi solo col cuore tiene...
Abitare la città con il corpo
Laura Massaroli
Intervista a Laura Massaroli Come possiamo smettere di essere “solitari interconnessi” e tornare ad abitare davvero le nostre città? In questo nuovo appuntamento di WM On Air, incontriamo Laura Massaroli —...
Dal Paternalismo alla Libertà: il senso dell'autorità oggi
Intervista a Roberto Mordacci Cosa significa davvero avere autorità?In questo episodio di WMagazine on Air una bellissima conversazione con il filosofo Roberto Mordacci — molto stimolante, da non mancare.Autorità viene...