Non ho mai sopportato chi diceva “ma questo è ego“…
E allora?
C’è una tendenza terribile a giudicare l’ego come se fosse il male assoluto.
In questo modo si manipola: facendo diventare l’ego il male e il giudizio sull’ego il nuovo Dio.
“Uccidi l’ego e cosa resta?” Un mucchietto di fragilità alla mercé del primo che passa e ti dice: seguimi, ti libero io.
Uccidi l’ego e ti sentirai per sempre sbagliata e inadeguata.
Una volta chiesi: “Ma che cos’è l’ego?” Ottenni fumo in faccia e una sensazione di essere io quella sbagliata, non ancora spiritualmente elevata.
Oltre gli dèi, ok. Quegli dèi che hai venerato finora: mamma e papà interiorizzati, quelli che ti dicevano come dovevi stare nel mondo, cosa andava bene e cosa no.
Ma non sostituirli con altri dèi. Quelli che ti dicono: “Questo è ego! Non va bene!”
Ma chi è ‘sto benedetto ego?
Ecco il punto: non è necessario ucciderlo.
Il problema è che la parola stessa — “ego” — porta dentro un giudizio. Gli “elevati” spesso ti dicono: annientalo. Ma io dico: l’ego è un grande contenitore. A volte sporco, a volte utile, sempre abitato.
Prima di poterlo purificare o trasformare, devo vederlo. Devo nominarlo. Devo solidificarne i contorni, ascoltarne la voce, assumerne la responsabilità. Solo allora posso scegliere consapevolmente che cosa tenerci dentro e che cosa lasciare andare.
Questo è il passaggio che un certo tipo di cultura spesso salta: dicono “uccidi l’ego” e pontificano dalla riva.
Io dico: vieni qui, infilati le mani nel baule, senti cosa pesa e cosa nutre. Non c’è giudizio — solo scelta.
Nella psicologia profonda, Jung definisce l’ego come centro della coscienza: il punto da cui osserviamo, sentiamo, scegliamo. Non è il Sé, ma ne è il mediatore.
Nelle tradizioni orientali, come il Vedanta, l’ego viene visto come illusione da superare. Ma attenzione: non colpa morale. Processo di consapevolezza. Non condanna.
Chiariamoci: non sto attaccando le tradizioni spirituali autentiche. Sto denunciando la banalizzazione manipolatoria che a volte ne viene fatta.
Nelle tradizioni originali — che si tratti di Vedanta, Buddhismo o altre vie — c’è un percorso graduale. Si riconosce l’ego prima di trascenderlo. Non c’è condanna morale, ma accompagnamento nel processo.
In altri casi: “uccidi l’ego” diventa slogan. Dogma. Nuovo super-ego travestito da liberazione.
È la vecchia strategia: quella della Chiesa cattolica che ti vuole peccatore per poi redimerti. Quella di certo spiritualismo che ti dichiara sbagliato per poi venderti la soluzione.
Ti fanno sentire inadeguata, poi ti offrono il “rimedio”. Ma tu non sei malata. Non sei da redimere.
Io sono. E poi posso smettere di essere — ma solo se lo scelgo.
Non posso sentirmi dannata in eterno perché sono nell’ego. L’ego mi serve e me lo tengo.
Dentro c’è il mio potere, ciò che so fare. La mia mente che mi serve per capire, pensare, parlare. Il mio egoismo — quello sano — che mi permette di sentirmi degna di esistere e di essere amata.
E c’è anche quello che ho ricevuto in modo sbagliato. Ma se non lo avessi ricevuto, non avrei mai potuto riconoscerlo come sbagliato.
Ma la strada non è nemmeno trasformarlo. È dargli il giusto posto. È un cambiamento di prospettiva.
L’ego non è sbagliato. Punto.
Non sono “solo ego”.
E comunque, per favore, togliete questa parola che mi irrita e basta. C’è troppa manipolazione e giudizio in questa parola ormai abusata.
Il punto è questo: l’ego è fondamentale. È il mio confine, il mio filtro, la mia voce nel mondo. Non lo anniento, lo riconosco, lo accolgo, lo integro. Poi scelgo: trasformo ciò che limita, valorizzo ciò che nutre, lascio andare ciò che appesantisce.
Bentornato Ego.