Numero nove: AAA Empatia cercasi

Sulla bocca di tutti

Sulla bocca di tutti

L’empatia è sulla bocca e sui social di molti, oramai. È una di quelle parole che si infilano nei discorsi delle persone così come nei corsi di formazione. Perfino nei messaggi d’auguri. La sentiamo e leggiamo così spesso da avere l’impressione di conoscerla da sempre.

Ogni ambiente sembra averle riservato un posto d’onore.

Eppure, proprio mentre il suo nome risuona con sempre maggiore frequenza, l’esperienza che quella parola promette sembra essere diventata una presenza discreta, quasi timida, come quei personaggi dei romanzi che entrano in scena soltanto quando tutto si fa più silenzioso.

Qualche mattina fa, pensando all’articolo da scrivere per la rivista, mi è venuta un’idea. Mi sono immaginata un piccolo annuncio, di quelli che una volta comparivano tra le pagine dei giornali.

AAA Empatia cercasi – La cerchiamo urgentemente! L’ultima volta è stata vista passeggiare senza fretta accanto a due persone che conversavano guardandosi negli occhi. Indossava l’abito rigoroso dell’attenzione e un sorriso così autentico da risuonare, come per riflesso, in chi la osservava. Da quel momento le tracce si sono fatte sempre più rare. Chiunque disponga di informazioni attendibili è invitato a condividerle. Ricompensa assicurata.

L’ho scritto su un foglio e poi l’ho riletto, e mi è venuto da sorridere. Per un istante ho provato la sensazione che qualcuno potesse davvero rispondere all’annuncio. Del resto, quando una cosa preziosa sembra diventare difficile da incontrare, la tentazione di mettersi a cercarla cresce spontaneamente.

Così ho deciso di farlo. Sono uscita di casa con lo spirito curioso di chi parte per una piccola avventura. Avevo l’impressione che sarebbe bastato poco. Magari una passeggiata in centro a Iseo o una sosta al supermercato. Pensavo che l’empatia si sarebbe lasciata trovare facilmente.

In fondo, tutti ne parlano.

La prima tappa è stata il supermercato. Fra il banco della frutta e quello dei formaggi scorrevano decine di vite. Carrelli pieni, liste della spesa per lo più ignorate, un bambino che mangiava la banana e l’altoparlante che annunciava offerte con una voce sorprendentemente entusiasta.

Alla cassa una signora raccontava alla cassiera che il marito aveva appena affrontato un intervento delicato. La cassiera annuiva con professionalità impeccabile, continuando a passare i prodotti sul lettore ottico alla velocità di un pianista durante il concerto di Capodanno. Ogni tanto pronunciava un “capisco” così ben allenato da sembrare parte del software.

Ho pensato che forse l’empatia era appena passata di lì e aveva deciso di concedersi una pausa.

Poco più tardi mi sono seduta al tavolino di un bar del centro. Alla mia destra due amici parlavano fitto. O almeno, questa era l’impressione. Uno raccontava la difficoltà che stava vivendo, e l’altro ascoltava con sincero interesse. Lo si capiva dalla postura, dai cenni del capo, perfino dall’espressione concentrata.

Poi, appena si è aperta una piccola pausa, ha preso fiato e ha pronunciato la frase di rito: «Perché non sai ancora cosa è successo a me? e in quell’istante la conversazione ha cambiato proprietario.

Ho sorriso perché quella scena appartiene a tutti noi. Almeno una volta siamo stati il narratore della nostra esperienza proprio mentre qualcuno desiderava soltanto sentirsi accolto. Succede con la naturalezza di un riflesso. Le storie degli altri risvegliano le nostre e, senza quasi accorgercene, prendiamo il volante del racconto.

L’empatia invece possiede quell’eleganza fatta di misura, attenzione e capacità di sottrarsi al protagonismo. Forse era proprio questo il dettaglio che continuava a sfuggirmi.

Lei ama i tempi lenti. Ha il passo delle persone che osservano il tramonto senza controllare l’orologio. Assomiglia ai nonni che ascoltano un nipote descrivere un disegno come se stesse illustrando il progetto di una cattedrale.

La incontriamo in quei rari amici che quando ti domandano come stai, sembrano avere tutta la giornata davanti per ascoltarti.

Più continuavo la mia ricerca e più mi rendevo conto di una curiosa coincidenza: in tanti conoscevano il suono della parola, alcuni la pronunciavano con convinzione. Qualcuno la insegnava, perfino.

Lei, però, continuava a rimanere introvabile, come una vecchia signora elegante che preferisce i vicoli silenziosi alle piazze affollate.

Non era davvero scomparsa. Si muoveva altrove, in quei piccoli spazi fatti di pause e sguardi senza fretta. Luoghi minuscoli, quasi invisibili, dove le parole non servono a riempire il silenzio ma a custodirlo.

L’ho trovata lì, impegnata a fare quello che le riesce meglio: restare in silenzio mentre qualcun altro racconta la propria storia. Ho ritirato l’annuncio e sono andata a prendere la ricompensa.

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