Il problema dell'empatia
Edith Stein
Casa editrice: Edizioni Studium
Città: Roma
Anno: 1985
Nel 1916 una giovane filosofa discute la sua tesi di dottorato sotto la guida di Edmund Husserl, padre della fenomenologia. Il tema che sceglie come porta d’ingresso al pensiero non è astratto: è come facciamo, noi, a sapere ciò che vive un altro. Si chiama Edith Stein. Ha venticinque anni. Molto prima della conversione, del Carmelo, di Auschwitz, c’è questa domanda nuda — e c’è una donna che decide di farne il centro della propria ricerca.
Stein parte da un punto scomodo: io non potrò mai provare ciò che provi tu. Il tuo dolore non diventerà il mio, la tua gioia non passerà dentro di me come fosse mia. Eppure ti colgo. Vedo il tuo volto rigato e so che è pena, non recito la pena al posto tuo. L’empatia — Einfühlung — è per lei esattamente questo atto: un modo di conoscere l’esperienza altrui che non la confonde con la propria. Ti raggiungo restando me.
È qui che il libro parla al nostro numero.
Perché l’empatia che Stein descrive non è il sentimento appiccicoso che l’editoriale di questo mese mette alla porta — non è l'”anche a me è accaduto”, non è il finto coinvolgimento di chi tutto ha già capito. È un atto di conoscenza sobrio e preciso: faccio spazio a ciò che vivi tu, lo riconosco come tuo, non me ne approprio. Il “senza farmi invadere da te, e tu da me” trova in queste pagine, scritte più di un secolo fa da una filosofa venticinquenne, la sua radice teorica.
Un libro denso, sì. Ma per chi cerca sotto la superficie dell’empatia-parola, è la fonte.