“L’anno è finito. Spargo gli ultimi trecentosessanta cinque giorni davanti a me sulla moquette del salotto.
Qui c’è il mese in cui ho deciso di disfarmi di qualunque cosa che non fosse intimamente legata ai miei sogni. Il giorno in cui mi sono rifiutata di cadere vittima dell’autocommiserazione. E qui c’è la settimana in cui ho dormito in giardino. La primavera in cui ho tirato il collo alla sfiducia in me. Ho messo un freno alla tua gentilezza. Ho staccato il calendario la settimana in cui ho ballato con tanta furia che il mio cuore ha imparato a restare di nuovo sospeso sopra le acque. L’estate in cui ho smontato dalle pareti tutti gli specchi. Non avevo più bisogno di vedermi per sentirmi vista. Ho pettinato i capelli fino a privarli del peso.
Ripiego i bei giorni e li ripongo nel taschino posteriore per tenerli da conto. Strofino il fiammifero. Incenerisco il superfluo. La luce del fuoco mi scalda le punte dei piedi. Mi verso un bicchiere d’acqua tiepida per purificarmi in vista di gennaio. Eccomi. Più forte e più saggia entro nel nuovo”
— Rupi Kaur
Black out.
Come una caduta, quando vieni colpita improvvisamente da un oggetto non meglio identificato alla testa. Un suono sordo nell’orecchie.
La vista si appanna. Tutto sembra scorrere veloce. I colori si mescolano. Poi, buio.
Ti senti cadere, peso morto a terra. Un tonfo.
È ancora buio.
Nessun rumore.
Rimane solo la voce dell’anima.
Perché simulare una caduta? Perché, ora? Perché adesso? Perché così?
È dicembre, la luce è debole, la nebbia a volte offusca i colori, siamo nel buio.
Il nero ci avvolge, ci avvinghia, ci ingloba.
Ci accompagna senza sconti alla nostra discesa interna.
Il nero non ci toglie i colori, ci insegna non solo a ritrovarli, ma anche quale colore, poi, sarà più giusto abitare.
E cosi il nero diventa la nostra coperta, il velo che conduce alla consapevolezza.
In questo nero, con gli occhi chiusi, mi muovo affinando i sensi interni. Quale direzione vuole prendere il mio corpo? Come si sta piegando? Perché?
Voglio allungarmi ed esplorare, oppure ritrarmi e rinchiudermi?
Resto così, occhi chiusi, mi godo il viaggio. Posso anche solo immaginare di muovermi nello spazio, mentre resto immobile, raccolta nella devozione dell’ascolto.
Vivo il corpo nella sua piena presenza, pur continuando ad essere nera la vista.
Mi abito nell’essenza più piena, nell’essenza più pura.
Nessuna identità mi definisce, nel nero le abito tutte.
Sono umana, respiro, mi sento, mi muovo. Percepisco il mondo pure non vedendolo.
Sono una e separata, eppure qualcosa mi sussurra che mi sento appartenere all’universo che mi abita, che in quel buio, siamo io e il mondo insieme a muoverci. C’è un ritmo che ci accomuna, un dialogo forse inespresso. Eppure è palpabile. È onda che mi attraversa, è frequenza che mi richiama.
Potrei rimanere in questo mare di possibilità, nuotare ancora nel nero, forse perdermi.
Eppure, prima poi, è necessaria una separazione. È necessaria una decisione.
Bisogna scegliere.
Aprire gli occhi e farsi inebriare dei colori. Dirigersi, avanzare in una direzione, lasciando cadere nel vuoto le altre possibilità. Non è sottrazione, è pienezza dell’essenza che si spoglia di ciò che non risuona ora, ma che possiamo abitare dopo.
Apire gli occhi è diventare adulti.
Decidere. Avanzare. Proseguire.
Ma non è ancora il tempo, ora, In questi giorni di passaggio lento, nel cuore del nostro letargo, di aprire gli occhi.
Ci auguro di continuare a imparare e disimparare a danzare il buio.
Sapremo, con consapevolezza, con quale colore dipingere il nuovo anno che ci attende.