Numero cinque: Emergenza

Ciò che sale a galla

Ciò che sale a galla

L’Emergenza, per come abbiamo imparato a definirla, arriva facendo un gran rumore. Sirene, luci lampeggianti, nodo allo stomaco, respiro che si accartoccia, un senso di peso infinito nel tempo e nella densità sulle spalle.

L’Emergenza ci schiaccia, ed è anche normale che sia così: Emergenza Climatica, Emergenza Scuola, Emergenza Sanità, Emergenza Covid-19, Emergenza Mondiale, Emergenza Bullismo, Emergenza Abitativa, Emergenza Umanitaria…potrei continuare ancora, l’elenco è lungo e smarginato.

Solo che mentre lo scrivevo anche a me il respiro si è accartocciato e sento sulle spalle il peso di tutta l’impotenza del mondo.

E allora, un po’ per provare a rallentare il respiro, un po’ per giocare con qualcosa che un po’ di paura me la mette, ho deciso di fermarmi proprio sulla parola.

Proviamo a spezzarla lentamente insieme, per curiosare e vedere cosa c’è dentro.

E-mergenza: è formata dal prefisso e – dal latino ex – che significa “fuori da”, “in uscita da” e dal verbo mergere che significa affondare, spingere dentro, immergere.

Letteralmente indica l’atto di emergere, di venire fuori: e mentre scrivo, adesso, mi viene in mente una superficie che si rompe da sotto e lascia passare il sommerso, un pulcino che emerge dal suo uovo, gli aculei delle rose che spingono fuori dal fusto, visualizzo fiori che sbucano dall’asfalto e una nuotatrice che emerge, una bracciata alla volta, cercando aria e superficie.

Tutte immagini di qualcosa che “esce da”, non di qualcosa che “sprofonda in”.

Ecco, il mio respiro si è tranquillizzato, stiracchio la schiena e penso che mi sa che il prefisso E ce lo siamo persi per strada e ci siamo accontentati di affondare, o meglio, di farci spingere dentro.

E così, saltando da un’Emergenza all’altra, o meglio in un’Emergenza e poi in un’altra, abbiamo silenziato le nostre personali E-Mergenze diventando corpi funzionanti (più o meno) e menti organizzate (a fatica e sempre in emergenza).

Il paradosso è che, mentre lo silenziamo perché assordati dalle sirene e dal frastuono, il corpo non smette di parlare, anzi.

Cerca di mandarci più e più segnali che liquidiamo con: “E’ un periodo in cui dormo male, sono stressata. Devo farmi prescrivere qualcosa”, “Non riesco a concentrarmi, faccio fatica a focalizzare. Sarà il cambio di stagione, devo ordinare i miei integratori”, “Ho tutta la schiena contratta, devo andare dall’osteopata”.

Ma il corpo non sta commentando una nottataccia o un dolore alla schiena: sta segnalando un contesto.

E il contesto che cerca di sbatterci in faccia non è in equilibrio.

Dopo il corpo ci prova il cervello: pensieri ricorsivi, noia (o meglio ennui), vigilanza (a volte iper) condita con un pizzico di apprensione e irritazione.

E noi diamo la colpa al periodo storico, all’economia, al traffico — “prima era meglio”, “una volta c’era tempo per tutto”.

Ma il cervello non sta cercando un colpevole: sta segnalando che non c’è equilibrio.

Finché, non smettono anche loro di segnalare e si adeguano. Non perché abbiano trovato ascolto o equilibrio.

Non perché stiano meglio: sono solo andati in modalità risparmio energetico, un vuoto tranquillo, privo di drammi “che intorno a noi ce ne sono già abbastanza”.

E così diventiamo funzionanti: rispondiamo alle mail, portiamo i figli a scuola, lavoriamo, facciamo la spesa, rispondiamo ai messaggi, telefoniamo, scrolliamo, postiamo, facciamo un bucato, sorridiamo quanto basta (sempre meno) e ci arrabbiamo il giusto (sempre di più).

All’esterno tutto in ordine e anche all’interno apparentemente: solo ogni tanto avverti un fastidio alla cervicale ma “il solito cambio di stagione”.

Questo è il momento forse più difficile da intercettare, perché non fa rumore, non sembra una Emergenza.

Eppure, è una E-Mergenza.

Perché a volte l’E-Mergenza comincia da una cosa piccola.

Non da una rivelazione, non da una crisi conclamata.

Da un blocco davanti al computer, dal fatto che non riesci ad aprire quel file o che rimandi quella conversazione per la quarta settimana di fila.

Che la mattina il corpo fa resistenza: non vuole uscire dal letto, non trova vestiti comodi o abbastanza nuovi o abbastanza neutri o abbastanza appariscenti, non vuole scendere dalla macchina, non vuole varcare quella porta.

Non è pigrizia. È informazione.

Il blocco non è ostacolo: è il corpo che finalmente parla abbastanza forte da non poter essere ignorato.

È l’impianto elettrico che fa saltare il contatore perché il carico è diventato troppo per quello che era stato costruito per reggere. Non è stato costruito male: è che la vita, nel frattempo, è cambiata.

E-mergere non è uno spettacolo: è permanenza, è stare.

Non è soltanto “uscire”: è uscire da qualcosa, attraverso la superficie di qualcos’altro, dopo averla riconosciuto e nominato.

La superficie dell’acqua, nel caso del nuotatore che riemerge.

La superficie della normalità, nel caso dell’E-Mergenza interiore che, quando viene attraversata, non sempre risolta, non sempre vinta, ma attraversata, lascia qualcosa.

Qualcosa di più quieto e di più solido.

Una conoscenza di sé che viene solo dall’essersi accorti che il nostro piede toccava il fondo e dall’aver scelto, un giorno qualunque, di nuotare verso la luce piuttosto che smettere.

Questa conoscenza non si esibisce facilmente.

Non è “ho superato tutto e ora so tutto”.

È più simile a: so dove sono i miei limiti, so cosa non posso più sopportare, so cosa mi nutre e cosa mi svuota.

So, quando mi si annoda lo stomaco, che quel nodo ha qualcosa da dirmi.

E so che posso andare avanti e non perché sia garantito che andrà bene.

Ma perché sono già E-mersa da un’acqua buia, da un silenzio lungo, da un fondo che sembrava non avere fine, e posso farlo ancora.

Stare lì, nel sommerso, fa paura: è scomodo e non ha i bordi netti della certezza.

Ma è anche l’unico posto in cui si può smettere di fingere di stare a galla e scegliere.

Che poi, scegliere, è l’atto più umano che esista.

È il gesto del nuotatore che porta le braccia avanti, è il movimento verso la luce e l’aria che gonfia i polmoni.

È l’E-mersione.

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