Numero uno: La Morte

Immagina la tua morte per bene

Immagina la tua morte per bene

Hai mai immaginato la tua morte?

Hai mai scritto il testamento – sia concreto che spirituale?

Hai immaginato come vorresti il funerale, nei dettagli? Se essere sepolta sotto un albero o in che bara farti mettere, che musica vorresti, chi vorresti al tuo funerale. Chi verrebbe, chi piangerebbe per poco, chi per tanto. A chi lasceresti le tue cose più importanti: i tuoi diari se ne hai, i libri, i vestiti, i gioielli, la tua casa. Che cosa vorresti che venisse bruciato con te o messo insieme a te nella tua bara?

Argomenti scabrosi? Gioco macabro?

O forse il modo più radicale per smettere di vivere a metà?

Non lo facciamo perché procrastiniamo. E guarda un po’ che buffa ironia: se iniziassimo dalla fine, forse troveremmo la spinta per smettere di procrastinare anche durante le giornate.

Non lo facciamo perché ci spaventa da morire – ancora giochi di parole.

Non lo facciamo perché rimuoviamo alla grande. È più facile pensare che abbiamo tempo infinito davanti.

E così trascuriamo il potente impatto che questo rituale avrebbe su di noi: ci aiuterebbe a definirci, a prendere contatto pieno con la nostra identità più profonda. Con chi siamo, che cosa vogliamo, chi e che cosa è veramente importante per noi.

Scrivere e decidere e immaginare della propria morte non solo ci ridà il nostro potere – pensa a quanto è fondamentale tutto il dibattito su eutanasia e testamenti biologici – ma ci aiuta a definire senso e significato per le nostre esistenze.

Quando lo fai davvero, scopri cose brutali e salvifiche.

Immagini chi sarà al tuo funerale e ti rendi conto che magari stai dedicando il 90% del tuo tempo a persone che a malapena si presenteranno. O che verranno per dovere sociale, non per amore.

Immagini cosa diranno di te e capisci che nessuno potrà dire “era libera” perché hai passato vent’anni a fare il lavoro sicuro che odiavi. Nessuno potrà dire “ha seguito il suo cuore” perché hai scelto sempre la strada più accettabile.

Immagini cosa vuoi lasciare – e scopri che stai accumulando cose inutili invece di creare ciò che conta davvero.

Quella distanza – quel vuoto – è doloroso ma preziosissimo. Perché puoi ancora colmarlo. Sei ancora viva.

Ti aiuta a compiere quelle scelte che rimandi, quelle relazioni che trascini, quelle decisioni che tanto ti fanno paura.

Sì, ho immaginato il mio funerale. Sì, ho pensato a dove vorrei essere sepolta. Sì, ho più volte scritto il mio testamento, deciso a chi lasciare che cosa. E ogni volta so che raccontava un pezzo della mia vita, un punto in cui ero arrivata della mia crescita.

Ci sono luoghi che ho amato talmente tanto che vorrei essere lì per il mio funerale o per essere sepolta.
Vorrei simboli e libri dentro la mia bara,
Voglio tornare a madre terra, con tanti fiori e alberi dove possano posarsi uccellini e crescere erbetta.

Dove vorresti compiere l’ultimissimo passaggio su questa terra? Che cosa scriveresti sul tuo epitaffio? Quale foto vorresti?

Puoi cambiare idea quante volte vuoi. Questo non è un contratto – è una pratica viva. Un dialogo continuo con la tua morte che ti riporta, ogni volta, alla vita.

Gli stoici lo facevano quotidianamente. Seneca consigliava di immaginare ogni sera la propria morte, quella dei propri cari, la perdita di tutto. Non per masochismo, ma per preparazione.

Marco Aurelio scriveva: “Potresti andartene dalla vita proprio adesso. Lascia che questo determini quello che fai, dici e pensi.”

I monaci tibetani meditano nei cimiteri. Alcune tradizioni tengono teschi sulla scrivania come memento mori – ricordati che devi morire.

Non pessimismo. Lucidità radicale.

Allora fallo.

Prendi carta e penna. Non il computer – la mano che scrive connette diversamente.

Scrivi: “È il giorno del mio funerale.”

E lascia venire.

Chi c’è? Guarda le facce. Chi manca? Chi hai perso per strada? Chi vorresti ci fosse, ma hai allontanato per paura o orgoglio?

Cosa dicono di te? Ascolta. Cosa ti manca aver fatto? Cosa avresti voluto lasciare? Quale parola, quale gesto, quale opera?

Scrivi le lettere di saluto alle persone che più ami o hai amato. Anche se non le manderai mai. Scrivi cosa vorresti dire in punto di morte. Quell’amore che non hai mai avuto il coraggio di dichiarare. Quel perdono che non hai mai dato. Quella verità che hai tenuto chiusa.

Decidi cosa vuoi che venga fatto del tuo corpo. Dove vuoi tornare. Quale musica. Quali oggetti portare con te. Vuoi che si danzi?
Vuoi una festa dopo la tua morte?

E poi – soprattutto – scrivi cosa vuoi che resti. Non oggetti. Traccia. Impronta. Senso.

Hai presente quella forza immensa che si libera in punto di morte? Quando non c’è più tempo per mentire, per procrastinare, per avere paura? Quando finalmente dici la verità, fai quella telefonata, scrivi quelle parole?

Perché aspettare di essere davvero in punto di morte?

Quella forza puoi liberarla adesso. Immaginando la fine. Guardandola in faccia. Lasciando che ti mostri chi sei e chi vuoi essere.

La morte non è solo la fine. È la maestra più severa e più onesta che tu possa avere.

E se inizi a prepararti ora – non per morire, ma per vivere con quella chiarezza brutale che solo la morte sa dare – forse scopri che ogni giorno può essere vissuto come se fosse l’ultimo. Non nel senso della fretta disperata, ma in quello della pienezza totale.

Allora: chi vuoi essere stata, quando non ci sarai più?

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