Ho sfidato la morte per tanto della mia vita. Quella soglia e quel limite che tanto attrae e terrorizza. Soglia invitante e sfidante. Soglia con se stessi, soglia con l’abisso della follia.
La morte come limite impalpabile. Credo che nella vita abbia affascinato molti di noi – camminare su quel liminare che è follia, baratro, gusto della sfida.
Non ricordo esattamente quando è iniziato. Forse è sempre stato lì, fin da bambina. Quel richiamo del vuoto, quella curiosità per il confine ultimo.
Per parte della mia vita l’ho associata alla vertigine, alla sfida, al gusto dell’estremo. Non solo in adolescenza, dove è quasi inevitabile confrontarsi con tutto questo, ma anche dopo. Molto dopo.
Come estrema ribellione ad ogni imposizione, ad ogni limite che mi stringeva e costringeva. Come atto estremo di immensa libertà. Come denuncia verso un mondo che non mi comprendeva.
Stare su quel bordo significava sentirmi viva come in nessun altro luogo. Lontano dalla mediocrità, dal compromesso, dalla vita tiepida che tutti sembravano accettare. Sul bordo ero totalmente presente – o cadevo o volavo, ma non potevo fingere.
Non arrivare subito ad estreme conseguenze. Ma restare sul liminare dell’abisso. Sul brivido e l’ebbrezza del buio, dell’ignoto, dell’estremo.
Atto di profondo amore per questa pazza follia dell’essere qui – limitati e destinati a morire.
Oggi quel bordo lo conosco diversamente. Non devo più sfidarlo per sentirmi viva. Ma so che è ancora lì, compagno fedele che mi fa ancora di più spiccare il volo.