Numero cinque: Emergenza

I relitti in fondo all’anima

I relitti in fondo all’anima

Le parole sono importanti.
Molte parole hanno una vibrazione così profonda da poter curare o farci ammalare. Le parole creano, le parole sono maestre spesso incomprese. Se prendiamo la parola “emergenza” qualcosa di noi entra subito in allarme. Ci viene in mente “Emergency”, il Pronto Soccorso, richiama scenari critici, imprevisti e così via. Se invece si analizza bene la parola, ad esempio dal punto di vista etimologico, vediamo che deriva dal latino emergere, composto da e- (da, fuori) e mergere (tuffare, immergere). Quindi letteralmente significa “venire a galla”. Nel suo significato originario indica ciò che affiora da una superficie.

E ciò che viene a galla chiede di essere visto, di uscire dalla sfera dell’inconscio per poter essere integrato e rientrare nella sfera della coscienza, per farci tornare o diventare completi, integri e coerenti.

Come scrisse un giorno Victor Hugo: “Ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare”. In fondo a quell’anima, come relitti senza identità, ci sono le lacrime non piante, tutti i sensi di colpa che lentamente hanno logorato le notti insonni, tra rimpianti e rimorsi. Ci sono i traumi, quelle esperienze scomode che la vita ci ha messo sul cammino. Possiamo decidere di fare finta di niente, ma quei relitti in fondo al cuore prima o poi emergono dal profondo dell’anima per essere visti, riconosciuti e guariti. Più procrastiniamo voltandoci dall’altra parte e, con molta probabilità, la prossima volta ciò che che quel relitto con tutto il suo carico emerge lo farà con più forza, cercando di imporsi a noi, sino a diventare una vera e propria emergenza. Il mondo accademico le chiama crisi psico spirituali, lo sciamanesimo le chiama “malattie sciamaniche”.

Se si vuole guardare il cielo occorre avere il coraggio di guardare e ascoltare ciò che emerge da quel fondo altrimenti si rischia di annegare imprigionati all’interno di quei relitti lasciando che la vita ci scorra davanti come in un sonno profondo senza sogni, inconsapevoli della vita che ci passa davanti. Gurdjieff ci ha lasciato una bellissima immagine per comprendere queste dinamiche: la carrozza. Questa metafora rappresenta l’essere umano e il suo viaggio verso la consapevolezza. La carrozza simboleggia il nostro corpo, il veicolo che ci permette di muoverci nella vita. I cavalli che la trainano sono le nostre emozioni e i nostri desideri. Il cocchiere, con le redini in mano, è la nostra mente: colui che deve dirigere i cavalli e mantenere la rotta e poi c’è il passeggero, il vero protagonista. Ma che succede se questo passeggero dorme avvolto dalla coperta dell’inconsapevolezza? Quando il passeggero (l’essenza/anima) dorme nella carrozza di Gurdjieff, la vita umana è in balia del cocchiere (mente) confuso, dei cavalli (emozioni) condizionati e della carrozza (corpo) stessa, vivendo in uno stato di sonno ipnotico. Quindi Gurdjieff potrebbe dire che la necessità di riuscire a guardare ciò che emerge è proprio quella di svegliare il passeggero, affinché prenda il controllo della carrozza.

Ma non tutto ciò che emerge è una scomoda e dolorosa emergenza. Spesso riemergono quei talenti, quei sogni e desideri che avevamo in un cassetto, quella voglia di giocare, di ridere, di amare che ci fa ripartire nella vita come rinnovati.

Quindi qualsiasi cosa emerga dall’inconscio il mio consiglio è osservate, guardate, accogliete. Non indugiate, poichè tutto ciò che si presenta lo fa per il nostro bene. Ricordatevi che non siete soli nell’affrontarlo. Potete chiamare in vostro aiuto l’Animale Totemico, le vostre Guide, e tutti gli anima-li e gli abitanti dei tre regni, ma anche gli amici, la famiglia.

Si può anche essere soli con se stessi a guardare e accogliere le cose che emergono, ma non si è mai soli nelle emergenze della vita.

 

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