Numero cinque: Emergenza

Nati aperti, divenuti blindati. La guerra è finita?

Nati aperti, divenuti blindati. La guerra è finita?

Dovremmo nascere in pace.

Nasciamo con tutti i sensi rigogliosi, pieni di beatitudine — almeno all’inizio. Occhi sgranati, pelle assorbente, sorrisi spalancati, udito affamato, narici aperte.

Eppure mamma mentre ti aspettava ti ha passato il suo battito accelerato. Eppure nei geni ci sono antenati disconnessi. Eppure se non sentivi la voce esterna rassicurante avevi qualche contrazione nei nervi.

Mannaggia, manco nell’utero ci puoi stare in pace.

Ecco qui che non puoi mai quietare.

Quando nasci poi non ne parliamo — bersagli da ogni dove. Dentro la pancia che borbotta, che paura. Piangi e non arriva nessuno subito. Per non parlare di quel canale buio del parto che ti tocca attraversare nel terremoto: non sai che accade, una mano che ti prende — oddio, per farti cosa?

Luci assordanti, mani sconosciute, voci confuse, calore che non arriva.

Le notti a piangere, con tutta quella fame, quel sonno, quelle mani affrettate, gli strattoni. Povero sistema nervoso. Povera pelle.

Caldo, sporco, freddo, fame, sonno, ancora fame, ancora sonno.

Certo che se me lo avessero detto che era tutto così, non so se mi sarei incarnato. Sarei sceso con uno scudo, stile armatura.

Meno male che ho il sistema nervoso che mi regola, che cammina con me — quel nervo vago che pensa a tutto.

Ah no, poi respiro male perché stavo ridendo e sono stato stroncato — non ho capito bene perché, ma mi hanno urlato di tutto che dovevo smetterla.

E poi quello spavento improvviso per quella scivolata — accidenti alla pozzanghera che non ho visto.

Di nuovo, l’altra sera: un colpo forte sul tavolo e quelle urla da quello schermo strano.

Ero triste, l’altra sera, ma nessuno è venuto a consolarmi. Mi sono stretto stretto — forse un po’ troppo. Avevo così male al braccio al mattino.

Stamattina svegliandomi un crampo al polpaccio. Ho trattenuto il respiro.

Devo riuscire a controllarmi meglio, per non far vedere agli altri cosa provo. Devo sforzarmi.

Sì, sì — da oggi ho deciso: mi controllo per bene. Cerco di essere meno espressivo, non devono capire cosa provo. Ho capito: se stringo le mascelle, se stritolo un po’ le spalle, posso riuscirci.

Oh, che bello — finalmente non sento più molto. Certo, sono pieno di dolori, ma pazienza. Visto? Ci sono riuscito. Adesso sono in pieno controllo.

Ah, mi devo ricordare: non posso rilassarmi. Devo stare in allerta.

Guarda cosa succede nel mondo: guerre, clima, solitudine, ancora guerre.

Devo riuscire a gestire tutto. Al lavoro, altrimenti si accorgono che sono un bluff — meglio stare attento, non si sa mai che scoprano che non valgo poi così tanto.

Ma guarda tutta questa gente che ha così successo — devo impegnarmi di più. Pazienza se non riesco a dormire. Pazienza se questa stretta allo stomaco non passa da settimane.

E soprattutto mi devo ricordare ogni cosa. Gli altri ce la fanno benissimo — sarò l’unico che sbaglia, e non posso permettermelo. Neanche in amore, altrimenti rimarrò solo.

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