Numero cinque: Emergenza

Apnea

Apnea

E tu nuota, nuota sempre
Non solo nella gioia del primo tuffo,
quando le cellule impazzite
fanno gridare la pelle
nuota anche quando
la bracciata diventa noiosa
quando la riva al tuo fianco
scorre troppo lenta,
mentre tu vorresti averlo già raggiunto
l’approdo che salva
Sii fedele alla bracciata,
anche quando senti
che le gambe hanno preso forza,
che il tuo sbattere è diventato
sforzo automatico
e fatica che si ripete
anche quando gli occhi
sono feriti dal sale,
dai troppi riflessi falsi,
nuota, appiattisciti
cerca la forma che ti permette
di superare le secche
di non rimanere intrappolato
graffiato
nuota
anche quando non vedi la fine,
abbi fiducia nei tuoi muscoli esausti
nel tuo fiato corto
nel tuo movimento
sarà lui
a portarti a casa
Ti aspetto nella mia casa a disordinare,

Gianluigi Ghezzi – Apnea

 
 
 
Mancanza di fiato. Improvviso.
Eppure credevi di aver calcolato bene le distanze.

L’ossigeno nei polmoni doveva essere sufficiente.

E invece, no, non era abbastanza.

In realtà non si arriva mai preparati quando dobbiamo attraversare le sponde.

Per quanto sforzo nel calcolare le eventualità, perderemo sicuramente sicurezza.

Qualsiasi forma di stabilità.

E allora, mentre ti prepari ad attraversare in apnea, c’è un attimo di terrore.

Un attimo di gelida consapevolezza che lo stato in cui si è entrati è uno stato di emergenza.

Le bracciate non sono più vigorose e sicure.

Si perde di tonicità.

Oppure ci si dimena, si sprecano energie nel tentativo di sopravvivenza.

Nello stato emergenziale il corpo entra in una condizione di allerta e non è più ricettivo all’intorno.

È come se improvvisamente si chiudesse in un bozzo e fa dimenticare al cervello di essere esistente.

Il pensiero, come attività incessante, danneggia il respiro e rema contro il flusso della vita.

Diventa andamento incespicante.

Manca ossigeno: chi ha detto che non possiamo tornare in superficie e respirare?

Che non possiamo chiedere aiuto? Che non arrivi improvvisamente qualche sconosciuto che, con compassione umana immensa, non doni un po’ del suo di ossigeno?

Chi l’ha detto che questo stato sia definitivo, che non esisti un’altra possibilità o ancora un’altra prospettiva di come arriveremo all’altra sponda.

Chi?

Quando nel dimenarsi vuoto e ripetitivo che riflette uno schema della mente, facciamo una nuova bracciata, forse perché qualcuno l’ha mostrata in modo del tutto inusuale, gli occhi si spalancano dallo stupore.

Meraviglia.

Le catene che ci tenevano fermi in quell’andare così schematico e privo di senso si spezzano: accade una magia.

Il corpo riacquista sicurezza. La bracciata diventa intenzionale, con una forza che sa di totalmente nuovo il corpo è pronto a raggiungere l’altra sponda.

Forse in un punto totalmente diverso da quello sperato all’inizio del percorso.

La terra ambita adesso ha un altro colore e sapore. L’orizzonte finale è cambiato.

Ma questa possibilità è nata dall’emergenza, dalla paura, dal nascondersi, dall’essersi abbattuti, dall’aver perso la speranza.

Siamo salvi in una terra mai agognata prima.

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