Numero dieci: Esuli e raminghi

Damnatio memoriae

Damnatio memoriae

Le case e la memoria si somigliano.

Hanno stanze in cui torniamo spesso, porte che preferiamo tenere chiuse, angoli che crediamo di aver svuotato e che invece conservano ancora una voce, un’abitudine, un nome.

Ma la memoria, come una casa abitata da più persone, non appartiene mai soltanto a uno.

Lo stesso luogo continua a vivere in ricordi diversi, ciascuno con i propri dettagli e il proprio diritto di esistere.

E a volte basta che, attorno a un tavolo, qualcuno cerchi un nome e gli altri esitino a pronunciarlo perché questi ricordi entrino in conflitto.

È successo qualche sera fa, mentre una quasi ragazzina raccontava di quando era più piccola e si portava ovunque una scatola di pennarelli.

Non un gioco qualsiasi: la sua scatola, quella che riconosceva dal coperchio ammaccato, che apriva sul tavolo di una casa che non era la sua ma che, per qualche ora, lo diventava.

Ci sono case, da bambini, in cui si entra così: con le proprie cose in mano, come a piantare una piccola bandiera.

Si colora, ci si sporca le dita, si lascia un segno su fogli che qualcuno, forse, conserva ancora.

Quella casa era la casa di suo zio e lei, allora, era piccola.

Adesso ha l’età di chi racconta i ricordi con la precisione un po’ solenne di chi ha appena scoperto di averne e quella sera, durante la cena, ce ne stava raccontando uno.

Parlava di quando veniva lasciata lì, dei pomeriggi passati a colorare, delle persone che c’erano.

Le nominava una a una, come si fa quando si rimette in fila il mondo di allora.

Poi si è fermata: le mancava un nome, non lo trovava.

«C’era… come si chiamava… c’era l’altra zia. Non mi ricordo il nome.»

Guardava i grandi intorno al tavolo cercando aiuto, e corrugava le sopracciglia nello sforzo di ripescare quel nome perduto.

Attorno al tavolo è caduto quel silenzio speciale che si crea quando tutti sanno una cosa e nessuno la dice.

Un silenzio imbarazzato.

La bambina non era in imbarazzo: lo erano gli adulti.

Così le ho detto il nome.

L’ho detto con naturalezza, come si porge un bicchiere a chi lo sta cercando con la mano.

Quella persona l’ho incontrata una volta sola, per pochi minuti, in un tempo che non mi è mai appartenuto.

Non è nessuno, per me.

Eppure, è stata qualcuno: ha abitato quella casa, quei pomeriggi, la memoria di una bambina che ora chiedeva di poterla nominare per intero.

Lei ha sorriso, e io, guardandola, ho pensato che un ricordo, per essere giusto, abbia bisogno dei nomi esatti.

Poi è arrivata la frase.

«Cancella quel nome».

Detta metà tra lo scherzo e il taglio, una di quelle frasi che sembrano leggere e invece pesano.

«Cancella».

Come se un nome fosse una parola scritta troppo in fretta su una lavagna, e bastasse un gesto della mano per farlo sparire.

E in una manciata di minuti, allo stesso tavolo, ho visto due modi opposti di perdere un nome.

La bambina lo aveva perso per caso.

Le era scivolato via, come a volte succede, e lo cercava per rimetterlo al suo posto: la sua era una dimenticanza che voleva essere corretta.

Chiedeva aiuto proprio per ricordare bene e c’era, in quella richiesta, una forma involontaria di fedeltà: le persone che sono state contano abbastanza da meritare il loro nome intero.

L’adulto, invece, quel nome voleva toglierlo apposta.

Non lo aveva dimenticato: lo ricordava fin troppo bene, e proprio per questo voleva farlo sparire.

Una voleva ricordare per riempire un vuoto, l’altro voleva svuotare per non ricordare.

In mezzo c’ero io, che quel nome lo avevo appena restituito.

Credevo soltanto di aver riempito un buco nel racconto e, invece, pronunciandolo, avevo rimesso una persona nel posto che aveva occupato.

E forse era proprio questo ad avermi colpita: la ragazzina cercava quel nome perché lo aveva dimenticato, mentre l’adulto voleva cancellarlo proprio perché lo ricordava.

Non erano lo stesso gesto compiuto in direzioni opposte: il primo ricomponeva un ricordo, il secondo provava a riscriverlo.

Cercare un nome è prendersi cura di una stanza in cui qualcuno ha vissuto.

Cancellarlo è entrare in quella stanza e staccare i quadri dai muri, sperando che nessuno noti gli aloni più chiari sulla parete.

Ma gli aloni restano.

Restano sempre.

La bambina, per fortuna, non si è accorta di niente.

Ha ritrovato il filo e ha detto: «Ecco sì, lei. Non so perché a volte non mi ricordo i nomi delle persone».

E ha ripreso subito il suo racconto, con la leggerezza di chi ha semplicemente rimesso un tassello dove doveva stare.

Per lei non era successo niente di grave: aveva perso un nome, lo aveva ritrovato, poteva andare avanti.

Senza saperlo, aveva fatto la cosa più giusta della serata.

Aveva trattato una persona che non c’era più come si trattano le persone che sono state: nominandole per intero, senza sconti e senza cancellature.

Ci ho pensato a lungo, più tardi.

Ho pensato a come, a volte, confondiamo due cose diverse: decidere che qualcuno non faccia più parte della nostra vita, e pretendere che non ne abbia mai fatto parte.

La prima è legittima, a volte necessaria: possiamo chiudere una porta, mettere un confine, scegliere chi entra e chi resta fuori.

Nessuno è obbligato a tenere aperte tutte le stanze ma, chiudere una porta, non è la stessa cosa che murare il corridoio e sostenere che quella stanza non sia mai esistita.

Possiamo allontanare qualcuno dal nostro presente ma non possiamo espellerlo dal nostro passato e nemmeno da quello degli altri.

Perché il passato non è una proprietà privata.

Quel nome non apparteneva soltanto a chi voleva cancellarlo: apparteneva anche alla bambina che lo stava cercando, ai pomeriggi con i pennarelli, a una casa che aveva contenuto più vite di quante ne ricordi ciascuno.

I luoghi in cui siamo stati sono abitati da tutte le persone che li hanno attraversati, comprese quelle che ci hanno fatto male.

Cancellarne una non ci rende più liberi, ci rende soltanto meno fedeli a quello che è successo.

Si può smettere di amare qualcuno, si può perfino smettere di frequentarlo.

Ma non lo si può far sparire dalla mappa senza cancellare anche un pezzo della stanza in cui siamo diventati chi siamo.

Chiudere una porta è un diritto.

Riscrivere la casa, no.

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