Numero Zero: Andare Oltre

Terre di Mezzo

Terre di Mezzo

Quando sei nella terra di mezzo non lo sai di esserlo.
Non sai che dall’altra parte c’è un’altra terra.
Puoi solo sperarlo e affidarti.
A chi, o a che cosa, è una delle chiamate.

Nei passaggi di vita, quelli bui, o anche quelli in penombra, vedi soltanto quel poco confine che la poca luce ti permette di vedere.
Ci sei talmente immersa che fai fatica a tenere gli occhi aperti.

Si risvegliano tutte quelle parti di te che non vogliono cambiare, quelle che farebbero mille passi indietro. Un casino.
Torneresti indietro, ma non puoi più.

Perché se ci sei è perchè lo hai desiderato, un po’ perché è ‘accaduto’, in quel misto sinergico groviglio di contraddizioni e di desideri. Qualcosa accade. Punto.
Come se l’inconscio e il flusso vitale alleati ti ci avessero spinta.

E ora ti ci ritrovi.
Tanto desiderato, tanto temuto.
Del resto, ci vai a finire ogni giorno, quando vai a dormire e rimani sulla soglia del sonno, quando ti svegli e resti sull’incipit della giornata.
Ma quello può diventare abitudine senza pensiero, automatismo dell’accavallarsi dei giorni.

Quando invece la vita o chi per lei ti sbatte in faccia la tua terra di mezzo, arriva di tutto.

Paura, smarrimento, sguardo perso, arrancamenti, pantani e sabbie mobili.

Guardando indietro, non ti appartiene più quella che eri, una nebbia offuscata ammanta tutto di confusione. Una nuova te ormai è dall’altra parte, ma non ti ha ancora raggiunta.
Spinte divisive combattono dentro.

Nostalgia di quell’apparente sicura terra di prima, incertezza e fascino di quella non ancora terra.

Tu, in mezzo.
Quelle parti di te che non vogliono assolutamente cambiare, spingono ancora.

Vorresti tanto tornarci. Sono le parti spaventate e spesso traumatizzate che agganciano i piedi, appesantendoli.

Sono amiche, anche se sai quanto ti fanno male.
Ma le conosci. Maledetta assurda e amata sicurezza.
E il ballo ti tira da una parte e dall’altra. Così rimani ferma.
Bloccata nella terra di mezzo dell’ambivalenza, come se dovessi per forza lottare.
Ancora una volta.
Dove la vita stenta a farsi strada, dove il nuovo non può del tutto attecchire, dove il vecchio reclama ancora qualche attimo di ascolto.

Come essere tirata da due figli tanto amati.
Come se dovessi per forza sceglierne uno dei due.

E fa capolino quella tendenza divisiva che tanto ci dilania.
Come starci invece nella terra di mezzo del cambiamento?
Con accoglienza e inclusione.

Non si butta via nulla.
Si sta.
Tutto insieme. Con le Giornate folli, come con le giornate serie.
Si sta. Con la consapevolezza delle radici.
SI sta coltivando quel flebile lumicino che vive in fondo in fondo.
Nella fede che la vita è più ampia.

Si sta smettendo di combatterti.
Si sta lì, iniziando ad amarti sul serio questa volta.
Senza pretese di starci in chissà quale modo perfetto e perfettibile.
Oltre: chi ti dice di come dovresti starci, di chi ti dice come dovresti essere.
Si sta lì, con amorevole cura del tuo tempo incerto.
Stai lì, in questa magica terra di mezzo, dove puoi concederti quel magico lusso di non sapere.
Puoi coltivarlo con gelosa cura.
Con quell’attesa tipica dell’autunno in cui tutto si chiude in attesa.
La terra di mezzo è terra dell’attesa.
Dello spogliarsi perché possa crescere il nuovo.

Se sei lì, sappi che sei nel momento più magico della tua vita.
Anche se così non ti sembra proprio per nulla.
È il momento delle infinite possibilità.
Dove puoi scoprire meraviglie di te. Se esci dalla logica del dover essere e del dover dimostrare.
E se invece entri dentro quel luogo oscuro che ti abita da sempre e che hai così tanta paura a contattare in tutta la sua carnalità.

Non sapere ancora come sarà la tua nuova terra ti fornisce un’occasione unica di libertà, la più autentica, perché sei uscita da quella vecchia terra dove eri ristretta, omologata (in genere è sempre così), dove emergeva quella parte di te che si adattava e rispondeva ancora a ruoli non perfettamente allineati.

Nella misura in cui riesci a starci, ti darai per la prima volta il permesso di esistere veramente.
E solo se ti scegli di accoglierti in ogni sfumatura, e proprio in quelle che di più hai censurato, portai costruire una vera e concreta nuova terra.

Nella consapevolezza che le tre terre fanno parte di un unico più ampio mondo.

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