Numero uno: La Morte

Nessuno muore più

Nessuno muore più

Si spegne, manca, ci lascia, passa a miglior vita. Il linguaggio tradisce la rimozione, ancora oggi.

Abbiamo svuotato la parola “morte” di ogni sostanza, come se pronunciarla evocasse qualcosa di osceno. E soprattutto come se, edulcorandola nel linguaggio, tentassimo di renderla diversa da quello che è.

Ma cosa succede quando non nominiamo più le cose? Non spariscono – diventano mostruose, crescono deformi nei sotterranei del non-detto. Si incastrano nei nostri respiri, nelle nostre giornate, come fantasmi che gravitano sulle nostre spalle.

Diventata l’ultimo tabù di una società che pretende di aver superato ogni tabù.

Quando qualcuno muore davvero, ci ritroviamo senza parole, senza gesti, senza riti che tengano, quasi più, ormai. Con un vuoto immenso dentro e grande incapacità di stare nella nostra vulnerabilità, quella sacra, che così profondamente ci avvicinerebbe, invece di isolarci. Abbiamo dimenticato come starci, in quella soglia.

Per 15 anni della mia vita mi sono occupata di morte. Filosofia, bioetica, il corpo che cessa di funzionare, le decisioni di fine vita, i confini tra vivente e morto, l’accanimento terapeutico. Il tentativo di restituire sacralità e rispetto per la dignità dell’essere umano, nel rispetto del suo consenso e contro ogni accanimento. Poi, ho smesso. Ho iniziato a lavorare con la vita.

Oggi torno lì. Oltre il mezzo del cammino della mia vita. Non più come studiosa che con la mente cerca di controllare qualcosa che non si può conoscere fino in fondo e da lì trovare e trarre senso, ma come qualcuno che ha fatto il giro e torna con uno sguardo diverso. Ho compreso oggi molto, dal luogo dell’anima, del cuore e del corpo. La paura di morire è quasi sempre paura di vivere. Muore bene chi bene ha vissuto, chi è sazio di giorni… per una parte di noi è impossibile concepire la morte, dentro ci sentiamo immortali, anche se facciamo esperienza di lei in migliaia di modi differenti, in questa vita.

Epicuro lo scrisse con chiarezza cristallina: quando ci siamo noi, non c’è lei; quando c’è lei, non ci siamo noi. Non possiamo fare esperienza della morte. Eppure proprio questo paradosso – il fatto che ci sfugge, che non possiamo possederla cognitivamente – può diventare l’alibi perfetto per non fare esperienza nemmeno della vita, talvolta.

Rimandiamo tutto. “C’è tempo”, “Quando sarà il momento giusto”. E intanto gli anni passano, la vita passa, e rimaniamo fermi, come ipnotizzate/i da chissà quale sortilegio.

Pascal l’aveva capito quattro secoli fa: il divertissement non è solo distrazione innocua. È il sistema che costruiamo per non pensare alla morte – e quindi per non vivere davvero. Ma oggi non è più questione di qualche passatempo: è un’industria totale. Lavoro, intrattenimento, ottimizzazione costante. La morte letteralmente impensabile. Spaventoso starle davanti, inquietante fermarsi e chiedere a lei.

Il punto non è contemplare la morte in modo morboso. È accettare il confine. Perché solo quando accetti di avere un tempo limitato, smetti e inizi a STARE. Smetti di sopportare ciò che è insopportabile. Smetti di fingere. Perché la morte è vita: la vita stessa che si dà una forma invece di essere una gelatina informe che si espande all’infinito.

Chi ha paura di morire e della morte, in fondo, ha paura di scegliere. Perché scegliere significa tagliare, escludere, accettare che non potrai fare tutto, essere tutto, avere tutto.

E se adesso la guardi in faccia, la tua morte, che cosa ti rivela di te che non ti ha mai detto?

In questo numero 1, troverai voci molto diverse che esplorano la morte da angolazioni che forse non ti aspetti.

Ci sono quelle che parlano di soglie – quei momenti sospesi in cui non sei più di qua ma non ancora di là, dove tutto può ancora accadere o non accadere. Quelle che affrontano le morti parziali: quando muoiono parti di noi, della nostra anima, del nostro vecchio sé – e come recuperarle, o lasciarle andare.

Troverai chi ha cercato i doni nascosti della morte, chi l’ha vista come occasione di vita invece che come sua nemica. Chi ha esplorato il lutto non come ferita da nascondere ma come competenza necessaria del nostro tempo. Chi ha attraversato l’ignoto senza sapere cosa avrebbe trovato dall’altra parte.

Ci sono i rituali che addomesticano la morte, le pratiche che la preparano. C’è chi ha immaginato il proprio funerale per capire come vuole vivere. C’è la morte urlata nel metal, quella scritta negli astri, quella danzata tra fuoco e cenere.

Non troverai una tesi unica. Troverai una costellazione di sguardi che girano tutti intorno alla stessa domanda: cosa succede se invece di scappare, la guardiamo?

Non è un numero da leggere d’un fiato. È un numero dove tornare, dove scegliere le voci che ti chiamano, dove lasciare che la morte ti parli attraverso chi ha già iniziato quel dialogo.

Perché alla fine, come scoprirai leggendo, la morte non è solo la fine. È anche – sempre – un inizio.

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