Numero quattro: Liminare

Corpo inciso: il limite diventa carne

Corpo inciso: il limite diventa carne

Ho vissuto per anni sotto pressione.
Non una pressione visibile, ma costante, interna, continua.
L’idea che il controllo fosse la strada giusta. Che la perfezione mi avrebbe salvata.

All’inizio sembrava una spinta sana. Il desiderio di fare bene, di migliorarmi, di eccellere. Di sentirmi finalmente all’altezza. Ma senza che me ne accorgessi, quella spinta ha iniziato a portarmi troppo oltre. La ricerca della perfezione è diventata una pratica quotidiana di eccesso.
 
Un eccesso silenzioso, invisibile, persino premiato.
Un eccesso che non fa rumore, ma consuma.
 
La perfezione non arrivava mai. Non poteva arrivare. Ogni risultato conteneva già la sua mancanza. C’era sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio, una parola più precisa, una scelta più efficace, un dettaglio più curato. E così ricominciavo: correggere, rivedere, controllare, rimettere tutto in discussione. Ancora. Ancora. Ancora.
 
Non sapevo più fermarmi.
 
Il pensiero era diventato una sorveglianza continua: dove ho sbagliato? cosa non ho visto? perché non sono abbastanza?
La risposta era sempre la stessa: devi fare di più.
Più controllo. Più responsabilità. Più rigidità.
 
Il corpo, intanto, pagava.
 
Spalle contratte, mandibola serrata, respiro corto. Un corpo irrigidito e dolorante, vissuto come uno strumento da tenere in funzione, non come una casa da abitare. La stanchezza diventava un difetto da superare. Il dolore un fastidio da ignorare. I segnali qualcosa da zittire per non rallentare.
 
Il corpo chiedeva ascolto.
Io rispondevo con prestazione.
 
Il perfezionismo non è solo una struttura mentale. È un consumo del corpo. È restare sul filo troppo a lungo, fino a non sentire più i piedi. Fino a confondere il limite con la resistenza.
 
Poi qualcosa ha ceduto. Non in modo spettacolare, ma definitivo.
 
Anni di pressione costante, di tensione trattenuta, di non-ascolto — emotivo e fisico — hanno fatto cortocircuito. Oggi convivo con una ipoacusia neurosensoriale e con l’acufene. Un suono continuo, interno, che non si spegne. Un rumore che non viene da fuori, ma da dentro.
 
Ho ignorato per anni i segnali del corpo, convinta che ascoltarmi fosse un rallentamento.
Ho scelto la performance al posto dell’ascolto.
E ora l’ascolto è diventato fragile.
Non metaforicamente. Letteralmente.
 
È difficile non vedere il paradosso.
 
Ho passato anni a non ascoltarmi per essere sempre più performante, e ora l’ascolto è qualcosa da custodire. Come se il corpo, ignorato troppo a lungo, avesse tracciato un confine irreversibile, dicendo: oltre questo punto, no.
 
Questo è stato il vero baratro.
Non il fallimento. Non la stanchezza.
Ma la consapevolezza che l’eccesso lascia tracce permanenti. Che vivere costantemente oltre il limite ha un prezzo. Che il corpo non dimentica ciò che la mente insiste a negare.
 
È da lì che l’accoglienza ha smesso di essere una scelta evolutiva ed è diventata una necessità.
 
Accogliermi non significava migliorarmi.
Significava abitare ciò che restava.
Prendermi cura di ciò che era stato ferito.
Smettere di chiedere al corpo di reggere e iniziare, finalmente, ad ascoltarlo.
 
Accogliersi non è stato dolce. È stato spoglio.
Ha significato rinunciare all’ideale, tollerare il vuoto, restare senza riempire subito. Sentire il corpo così com’era: stanco, segnato, vulnerabile. E restarci. Senza correggere. Senza aggiustare.
 
Oggi camminare sul filo non significa più spingermi verso il baratro.
Significa stare nel limite. Abitare il confine tra controllo e abbandono. Tra ciò che ero — una prestazione continua — e ciò che sono diventata: una presenza imperfetta, ma viva.
 
Ci sono limiti che possiamo attraversare.
E ci sono limiti che, una volta superati,
si incidono.
Non per punirci.
Ma per insegnarci, per sempre,
dove comincia l’ascolto.

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