Numero Zero: Andare Oltre

Lo Sciamanesimo e l’Oltre

Lo Sciamanesimo e l’Oltre

Se la morte avvenisse un’unica volta,
non avremmo modo di conoscerla.
Ma, per nostra fortuna,
la vita è una continua danza di nascita e morte,
la danza del cambiamento.

Sogyal Rinpoche,
Il libro tibetano del vivere e del morire,
Astrolabio-Ubaldini, Roma 2004.

 
 
Ottobre e novembre sono i mesi nei quali la Natura si spoglia della frenetica vita dei mesi precedenti, per cominciare un ritiro, una introspezione, un brusco rallentamento come una morte apparente.

Gran parte delle festività infatti narrano di morte, di luce e di ombra, di chiusura di un ciclo e di passaggi.

E quando si parla di morte e passaggi, la pratica sciamanica apre il suo sapere al “passaggio tra i passaggi”, ovvero quando l’anima restituisce il corpo a Madre Terra.

Praticando sciamanesimo da più di 20 anni, per me la parola Oltre è ovviamente legata al servizio di Psicopompo, ovvero colui o colei che traghetta, che aiuta l’anima disincarnata nell’ultimo passaggio.

Per comprendere come esercitare l’aiuto nell’ultimo passaggio, chi pratica sciamanesimo è consapevole in primis delle sue morti.

Don Eduardo Calderon, uno sciamano del Perù, insegna che “uno sciamano è colui che è già morto e quindi non ha paura della morte o della vita”.

Nella pratica moderna, infatti si riconosce la “malattia sciamanica”, ovvero quei momenti della vita in cui la parola crisi (dal greco antico krisis, che significa “scelta”, “decisione” o “giudizio”) fa da sfondo alle proprie giornate e nottate.

Se comprese e sostenute correttamente, queste crisi psico spirituali possono portare ad una trasformazione profonda, esattamente come Madre Natura sta esprimendo in questo periodo, ma essendo più saggia di noi umani, non manifesta ciò che può emergere durante le nostre morti sciamaniche, ovvero ansia, umore altalenante, nervosismo, e la sensazione di avere i “nervi scoperti”, avendo delle reazioni esagerate di pianto anche per futili motivi o circostanze gioiose.

Molto frequenti sono i sintomi psicosomatici o muscolo tensivi. Si comincia a percepire l’ambiente che ci circonda come “ostile”, ci si sente incompresi, ma siamo i primi a non comprenderci.

L’anima però comprende la vitale necessità del cambiamento e di accettare questo passaggio, ecco perché chi pratica sciamanesimo riconosce questo periodo.

Siamo come una montagna che sino a qualche mese fa era brulicante di vita, di fiori, api, animali al pascolo, mentre ora si ritira nell’apparente silenzio dell’immobilità, in attesa della morte sciamanica, caratterizzata dall’inizio di un viaggio profondo verso sé stessi, verso la rinascita: ciò che era stato oscurato, ma che era stata sempre presente, ora ci libera.

È un po’ come succede nella vita quotidiana, quando, con il passare del tempo, la nostra vista diminuisce gradualmente, riducendo la percezione della bellezza. Ma, se ci mettiamo gli occhiali, all’improvviso vediamo senza distorsioni, e lo splendore del mondo diventa più chiaro.

Ecco che cosa può donare la pratica sciamanica: un paio di occhiali per vedere la vita nella sua totalità, per non avvelenarci e non avvelenare la vita che ci circonda.

Quindi, chi si avvicina allo sciamanesimo e alla pratica sciamanica sperimenta, riconosce, vive e supera innumerevoli malattie, morti e rinascite, conosce e padroneggia il viaggio sciamanico, ha un buon rapporto con il proprio animale totem, conosce bene la cosmologia sciamanica e il percorso dell’anima.

Per lo sciamanesimo esistono i così detti “Psicopompi naturali” ovvero coloro che fin dalla nascita hanno un animale totemico come l’Orca, la Balena, il Delfino, il Corvo, l’Orso, l’Elefante o lo Scimpanzè.

Queste persone sono chiamate dal destino ad esercitare il servizio di psicopompo.

Coloro che invece hanno un animale totemico che in natura vive in due mondi, come gli anfibi, determinati mammiferi o animali mitologici o divinizzati, hanno innate caratteristiche di psicopompo, ma la vita non li chiama ad esercitare, ma lascia un certo margine di scelta.

Che si nasca con una determinata conoscenza o destino da psicopompo o meno, prima di poter pensare di aiutare gli altri su questo delicato e complesso argomento, lo psicopompo deve partire dalla propria morte.

Che si nasca o si diventi psicopompo, poco importa…… ma sicuramente psicopompo non ci si improvvisa, poiché egli naviga in acque a volte torbide e profonde che possono attaccare le proprie debolezze e fragilità, se non si è preparati. L’ego, la superficialità, l’attaccamento e l’ignorare certe leggi universali, possono recare un danno sia all’anima che sta vivendo il passaggio, sia allo stesso psicopompo.

Al giorno d’oggi, il servizio dello psicopompo è molteplice: aiuta chi ha già lasciato il corpo a dover andare Oltre, aiuta il morente nel momento del passaggio, ma anche chi è rimasto a vivere il lutto, offrendo il suo talento per aiutare a lasciare andare quel bagaglio emotivo che ostacola l’evoluzione e il percorso dell’Anima.

Va da sé che si può governare la paura del morente, del trapassato o di chi gli è intorno, solo se si è sconfitta la propria paura di un qualsiasi passaggio e ciò può avvenire solo se si è scoperto lo scopo della morte, avendola riconosciuta, elaborata e superata, almeno un paio di volte, con la propria morte sciamanica.

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