Offresi empatia.
Usata poco, tenuta bene.
Disponibile per lutti, separazioni, licenziamenti e fallimenti di varia natura.
Ottima capacità di ascolto, frasi di conforto già incluse.
Astenersi persone felici, coraggiose o in evidente fase di risalita.
Per quelle, al momento, non siamo attrezzati.
Avete fatto caso? Siamo bravissimi con i poverini.
«Poverina, è rimasta sola.»
«Poverino, ha perso il lavoro.»
«Poverina, dopo tutto quello che ha passato.»
«Poverino, non sa più come fare.»
“Poverino” è una parola comoda.
Ha il suono morbido di una carezza e la struttura rigida di una scala: chi la pronuncia, quasi sempre, sta almeno un gradino più su.
Da lì è facile sporgersi, tendere una mano, dare un consiglio, offrire una spalla, persino commuoversi.
Il dolore degli altri, quando resta composto al posto che gli abbiamo assegnato, sa tirar fuori il meglio di noi.
Ci rende disponibili, generosi, umani.
E anche, non è elegante dirlo, sollevati.
È successo a lui, a lei, non a me.
La distanza è minima, quanto basta per respirare.
Il problema comincia, ahimè, quando il poverino si muove.
Quando smette di chiedere permesso e prende una decisione che noi rimandiamo da anni: lascia un lavoro sicuro, chiude una relazione finita da tempo, cambia città, ricomincia.
Insomma, quando si sottrae alla parte che gli avevamo affidato e sale una casella.
Allora qualcosa si inceppa: la mano tesa si ritrae appena, la voce cambia temperatura.
Le domande diventano più precise, quasi fossero controlli alla frontiera.
«Sei proprio sicuro?»
«Te lo puoi permettere?»
«Vediamo quanto dura…»
«Beata te che hai questo coraggio.»
A volte “beata te” è il modo più educato per ridurre il coraggio dell’altro a un colpo di fortuna.
E, quella che avevamo chiamato empatia, comincia a perdere colpi.
Non è cambiato ciò che prova l’altro: è cambiata la posizione in cui lo vediamo.
Non più sotto, ma davanti.
La sua scelta ci si mette di fronte come uno specchio maleducato che mostra quello che avremmo voluto fare, la porta davanti alla quale ci siamo fermati, la vita sognata che continuiamo a chiamare impossibile.
E ammettere di averne paura sarebbe molto meno confortevole.
Così non ascoltiamo più la sua storia ma, la misuriamo.
Cerchiamo il privilegio nascosto, la fortuna immeritata, la crepa dietro l’immagine.
Qualcosa, qualsiasi cosa, che rimetta a posto il tabellone e ciascuno nella propria casella.
Io questa variazione dello sguardo l’ho vista su molti volti.
Qualche volta anche sul mio.
Ho visto volti premurosi finché ero abbastanza fragile da non fare ombra, irrigidirsi quando ho provato a cambiare posizione.
Ho sentito dire «sono felice per te» mentre, dietro la frase, lavorava un piccolo ingranaggio.
Non sempre era cattiveria, più spesso paura, confronto, la fatica di vedere qualcuno fare ciò che si desidera senza riuscire ad ammettere di desiderarlo.
E poi arriva il serpente.
La scelta non mantiene tutte le sue promesse, chi sembrava forte cade, chi pareva avere tutto si ritrova senza qualcosa.
Il nuovo inizio si rompe, la sicurezza si sbriciola, il coraggio presenta il conto.
E sui volti torna la premura.
Questa volta, però, è mescolata a un sollievo sottile, quasi invisibile: una soddisfazione così piccola da poter essere scambiata per partecipazione.
«Mi dispiace, davvero.»
E sotto:
Ecco. Allora non eri poi tanto superiore.
Nel gioco di Scale e Serpenti basta un tiro fortunato per salire e una casella sbagliata per perdere in un attimo tutta la strada fatta.
E noi, anche fuori dal tabellone, teniamo il conto, e non solo dei nostri passi.
Il serpente arriva quando il dispiacere per chi cade si mescola al sollievo di vederlo tornare alla nostra altezza.
Non è gioia per il dolore altrui: sarebbe troppo semplice, e forse persino più onesto.
È un composto meno puro: dispiacere e sollievo, vicinanza e rivincita. Una goccia di compassione, una di invidia, due di compiacimento.
Agitare piano, per non fare rumore. Servire con un «te l’avevo detto» lasciato sul fondo.
Perché non ci basta giocare la nostra partita.
Teniamo d’occhio anche il percorso degli altri: chi è avanti, chi è rimasto indietro, chi ci ha superati.
E chi, finalmente, è tornato al punto di partenza.
Spesso scambiamo per empatia il dispiacere che proviamo per chi scende.
Più raramente ci chiediamo cosa proviamo quando qualcuno sale perché, forse, è proprio lì che andrebbe cercata questa famosa empatia.
Non quando l’altro ci fa pena, ma quando ci mette in discussione.
Quando la sua libertà ci irrita, il suo coraggio ci espone, la sua felicità non ci consola.
Quando non ha bisogno di essere salvato e ci toglie il ruolo rassicurante di quelli che stanno meglio.
È facile sedersi accanto a chi è caduto.
Più difficile è non desiderare, neppure per un istante, che cada chi ci è passato davanti.
Non parlo da una casella neutra: anch’io conosco il confronto, quel movimento rapido con cui cerco un difetto nella vita di qualcuno per tornare a sopportare la mia.
Conosco la tentazione di ridurre l’altro a ciò che ha, a ciò che perde, al posto che occupa rispetto a me.
Per questo provo a tenermela stretta, l’empatia.
Non come una qualità da esibire o una qualifica da aggiungere al curriculum.
E neppure come la prova che sono migliore di chi giudica: sarebbe solo un altro modo di salire un gradino.
Lo so che ogni tanto la perdo.
Ci sono giorni in cui la vita degli altri mi punge proprio nel punto in cui la mia è rimasta ferma: una scelta coraggiosa mi sembra un’esibizione, un successo una provocazione.
E una caduta, sì, può sembrarmi la conferma segreta che, tutto sommato, avevo ragione io.
Non lo dico apertamente ma cerco, e trovo, parole educate per coprirlo.
Ma il pensiero resta lì.
Accorgermene significa riconoscere il momento esatto in cui smetto di guardare l’altro e comincio a usare ciò che gli accade per misurare me stessa.
È lì che provo a fermarmi, prima di cercare una crepa nella sua gioia o un riparo nella sua caduta.
Empatia non è capire tutto, approvare tutto o provare la stessa cosa.
È ricordarmi che davanti a me non c’è una lezione, una minaccia o un termine di paragone.
C’è una persona.
Tengo stretta l’empatia come una ringhiera quando la scala si fa ripida: so quanto è facile perdere l’equilibrio e chiamare giustizia la caduta di qualcun altro.
Quanto è facile confondere il sollievo con la compassione, la pietà con la vicinanza.
Quando la perdo, l’altro diventa una posizione: sopra di me, sotto di me, davanti a me.
Non più accanto.
E forse è questo che l’empatia prova a impedire: non la distanza tra due vite, ma la graduatoria.
Perché quando davanti a me resta soltanto una casella, non scompare solo l’altra persona.
Mi sento meno umana anch’io.