Numero sei: Il Senso

Quella voce che mi accompagna da sempre

Quella voce che mi accompagna da sempre

Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l’ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925)

Il giorno in cui ho incontrato questa poesia, che mi recitava mia madre da sempre, si scolpì dentro di me. Non ricordo quanti anni avessi, sta di fatto però che la domanda per eccellenza mi guidò da tempo immemore. Figlia di mia madre, dubbiosa e interrogante, quella domanda di senso fu per molto tempo quasi un’ossessione. La portai con me nelle sofferenze, nelle fatiche, nelle scelte degli studi — ero lì a interrogare, sotto sotto, pensatori, filosofi, letteratura e poesia. Via via entravano in me, mi lasciavo rispondere per poi continuare a cercare ancora. Come se non potessi muovere passi se non sicura che fossero passi ben affondati nella terra, una terra con un suo perché, io con il mio che doveva combaciare con il suo.

Divenne urlante verso un dio che leggevo e sentivo nelle celebrazioni, ma che sembrava rispondere in altri modi, poi scomparve e mi buttò nel deserto. Irruppe ancora nel campo della psicologia, caduto il cielo e le alte sfere, divenne carne e sangue, corpo e battiti. A tratti scompariva e si trasformava in un abbraccio sentito, in una risata, nella paura fatta corpo, nel buio senza fine. Poi, la domanda tornava, compagna ormai di giorni e di notti, come una voce sottile che non ti lascia mai in silenzio.

Anche lei è cresciuta, non è più ossessione ormai. Invecchiata forse, osserva chi non la sente, e si chiede come faccia a vivere senza — ma poi comprende che non c’è un unico modo. Oggi è pacata, divenuta saggia consigliera e compagna, nelle lunghe giornate solitarie delle sere di primavera, quando rospi e qualche uccellino insonne cantano forte. Abbraccia la natura tutta e con lei compartecipa del pulsare. Ha dismesso la morsa dell’urgenza delle risposte, si acqueta nei sogni dorati e negli abbracci.

Non chiede più a squarciagola, si accoccola vicino a me sul divano e attende. Ha imparato che le grandi domande hanno una voce flebile di risposta che può udirla solo chi si lascia andare alla vita.

 

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