A 14 anni hanno deciso il mio futuro.
Era il 1987, nel territorio in cui vivevo, le aziende tessili crescevano rapidamente. Per molte famiglie abituate al lavoro nei campi —incerto e variabile— rappresentavano una svolta economica, la promessa di un lavoro sicuro e ben pagato, soprattutto per le figlie femmine.
Ricordo bene quel giorno. Prima ancora di finire la terza media, un uomo venne a casa nostra e chiese a mio padre se potesse assumermi come operaia apprendista.
Io ero nascosta sulle scale a studiare gli appunti per l’esame di fine anno, e ascoltavo i due uomini decidere il mio futuro. Il mio cuore batteva veloce, le parole del libro che tenevo tra le mani si confusero, e tutto perse significato.
Il lavoro può cambiare la relazione con l’Io?
Non occorre essere esperti per riconoscere un dato essenziale: i sistemi di lavoro ripetitivi e meno autonomi restringono lo spazio dell’espressione personale.
Crescendo avevo sempre più difficoltà a relazionarmi col mondo esterno, sempre meno fiducia in me stessa e nelle mie capacità.
Nel mio percorso di comprensione, un riferimento decisivo è stato La condizione operaia, raccolta postuma di diari, lettere e riflessioni in cui Simone Weil racconta la sua esperienza in fabbrica:
“Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma…”
Potrei sottoscrivere ogni parola di Simone Weil.
La filosofa ha dato un grande contributo facendo una denuncia chiara sullo stato psicologico della maggior parte degli operai e delle operaie dentro le catene di montaggio.
In una società dove il lavoro ripetitivo delle fabbriche è ancora un settore molto frequentato (se non il più frequentato), come vivono molte persone? Dove si ferma la loro attenzione? Dentro quale ingranaggio è finita la loro voce?
Basti pensare che tuttora, a distanza di anni, nei contesti in cui devo esprimermi e far sentire la mia voce, torna a galla il senso di inferiorità nato allora, in un’età fragile, con una identità ancora acerba.
Perché certi sistemi non hanno bisogno di imporre apertamente il controllo: basta abituare le persone a adattarsi attraverso il lavoro.
So di aver perso l’adolescenza. Quella fase essenziale in cui si comincia a mettere in discussione l’autorità. Nel mio caso, all’autorità del padre e delle decisioni imposte dalla “piccola azienda familiare”, si aggiunse quella del datore di lavoro.
Vorrei però, a questo punto, dopo questa analisi per niente facile, indirizzare l’attenzione a qualcosa di sorprendente… E non è un modo per scrivere per forza un lieto fine e offrire una speranza, ma la sicurezza di una esperienza fatta in prima persona: la nostra parte autentica, chi siamo davvero, non si arrende.
Resta lì, in silenzio, a tirarti per la manica. Punzecchia. Insiste. Non ti lascia mai. Aspetta di essere ascoltata.
La creatività è alleata di questo fuoco interiore, dà forma alla ribellione, ci spinge a Esistere, non a Resistere.
È qualcosa che spezza le catene, che ci fa dare un calcio alla porta come Billy Elliot nel famoso film, e permette alla nostra espressione autentica di emergere.
Io ho iniziato a scrivere dopo una crisi profonda, la Creatività ha scelto per me questa modalità d’espressione per ricordarmi chi fossi.
Perché il vero rischio non è la fatica o la mancanza di tempo.
Ciò che annienta è dimenticarsi di sé.
E forse la parte più ribelle dell’essere umano è proprio questa: la capacità di sopravvivere ai condizionamenti e tornare, nonostante tutto, verso la propria voce.