Padre nostro, il padre invocato, cercato, temuto, pregato, ereditato, a volte frainteso e poi ritrovato dentro una coscienza adulta.
Comincia così. Due semplici parole imparate dalla bambina che chiedeva spiegazioni e alla quale rispondevano di imparare a memoria, che poi avrei capito. Poche lettere per costruire parole che aprono porte enormi, oltre le quali ci sono stanze che abbiamo arredano molto tempo fa, piene di immagini sacre, voci adulte e mani giunte, ginocchia piegate, capo chino e sul corpo il peso della colpa e del bisogno di essere perdonati.
Padre nostro è in chiesa, a scuola, accanto alla mamma, alla suora dell’asilo, durante un funerale, prima di dormire, nei momenti in cui qualcuno ci aveva spiegato che bisognava pregare. E noi pregavamo. Magari senza capire bene chi stessimo chiamando. Un padre nel cielo? Quale cielo? Un padre che ascolta, che tutto vede e tutto giudica, capace di dare il pane, rimettere i debiti e liberarci dal male. Perché il male? Cosa e a chi ho fatto del male?
Da bambina questa immagine era gigantesca e piena zeppa di domande. Senza risposte. Tu prega e poi capirai, mi dicevano.
Questo Padre lo immaginavo più grande della notte, più grande del mio padre umano pieno di debolezze, col suo modo di amare e urlare, coi suoi silenzi messi in tavola insieme al pane.
Il padre nostro per molti è stato il primo nome dato all’invisibile. Prima ancora di chiamarlo amore, energia, spirito, coscienza, destino o mistero, lo abbiamo chiamato padre. E in quel nome abbiamo messo la richiesta di essere salvati da qualcuno che sapevamo nominare appena.
Le preghiere imparare a memoria non vengono mai davvero scordate. Lavorano sotto pelle, piene come sono delle intenzioni che avevamo nel pronunciarle. Rimangono lì, depositate nell’archivio della mente, da tirare fuori all’occorrenza. E a volte le ritroviamo nei momenti più impensati: in una sala d’attesa, davanti a una diagnosi, in macchina dopo una telefonata che ci ha cambiato la giornata, vicino a qualcuno che amiamo mentre soffre o nelle notti in bianco, con gli occhi spalancato e il cuore che batte forte. In quei momenti, anche chi crede di aver lasciato lontano il sacro, scopre che certe parole conoscono ancora la strada di casa.
Padre nostro.
La frase torna su come acqua da un pozzo antico: quale padre stiamo chiamando? Il padre che ci hanno insegnato a temere? Il padre che distribuisce premi e castighi? Il padre che guarda dall’alto come un giudice severo? Oppure il Padre che tiene insieme Cielo e terra, che abita il principio della vita, che ci invita a ricordare la nostra origine quando ci siamo persi nei corridoi stretti della mente?
Per molto tempo abbiamo consegnato a questa parola una quantità enorme di potere. Nel nome del padre si sono benedette guerre e matrimoni, obbedienze e rivoluzioni, regole e colpe. Nel nome del padre molti hanno trovato conforto, altri hanno sentito addosso il peso di una legge troppo dura. La parola è la stessa ma l’esperienza cambia secondo lo sguardo con cui l’abbiamo ricevuta.
E poi arriva quel momento in cui le parole imparate da bambini chiedono di essere comprese con una coscienza più grande. Smettiamo di recitare e cominciamo ad ascoltare: Padre nostro significa riconoscere un’origine comune, che nessuno viene da sé stesso. Siamo tutti sotto lo stesso cielo, in viaggio verso la stessa destinazione.
C’è una parte di noi che ha bisogno di una fonte, di scoprire una radice o un luogo invisibile dove deporre le armi e riposare dalle immense fatiche del crescere.
Il Padre appartiene al povero e al ricco, al credente e all’esploratore, a chi prega nelle chiese e a chi sente il sacro davanti al mare. C’è quel “nostro” che toglie il Padre dalla cassaforte delle appartenenze e lo rimette al centro della vita di tutti.
E poi c’è il cielo, che da bambina immaginavo davvero un luogo in alto, bianco e lucente, abitato da qualcuno capace di vedere tutto. Crescendo ho cominciato a sentire il cielo come ampiezza e spazio interiore, dove il pensiero torna al suo respiro primordiale.
Il Padre che è nei cieli allora è anche in me e mi insegna che la paura è amore mascherato, che vede oltre la piccola contabilità dei torti e delle ragioni, che mi chiama a una dignità più grande, soprattutto quando vorrei restringermi dentro il rancore e le ferite.
Sia santificato il tuo nome, Padre. Ora ne riconosco il valore. Pronuncio il Tuo nome con rispetto, lo porto nella vita con l’amore di cui è fatto. Lo ripulisco dalle paure che gli ho appiccicato addosso per ricordare la sua forma originaria: un Padre che genera vita e la custodisce, che ha esteso tutta la Sua conoscenza al figlio, al quale tornare quando voglio ricordare la mia origine divina e mettere da parte le piccole fragilità.
Padre, dai a noi il tuo pane quotidiano. Una frase che mi commuove perché mi pare di portare un pezzo di ricordo del cielo a tavola. Nessuna grande impresa spirituale, solo un pezzo di pane oggi, un po’ di quel ricordo dimenticato, che possa sanare la fame di vita, un giorno alla volta.
Questa preghiera conosce bene l’essere umano. Sa che abbiamo bisogno di essere nutriti e perdonati. Sa che portiamo debiti interiori, conti aperti, frasi rimaste sul fondo della gola, colpe che a volte lucidiamo come vecchie medaglie. Sa che il male più insidioso spesso passa attraverso pensieri minuscoli, ripetuti ogni giorno.
Liberaci dal male. Mostrami ciò che mi allontana dall’amore. Liberami dalla voce della condanna, dalla paura travestita da prundenza. Ricordami chi ero, perché l’ho dimenticato.
Il nome del Padre va oltre i nomi, i regni, le volontà, il perdono, le tentazioni e le liberazioni. In poche parole c’è tutto ciò che siamo. Ci dice da dove veniamo, come vivere l’istante, cosa ricordare per tornare a casa.
Forse lo abbiamo recitato per anni senza accorgerci che ci stava educando. Lo abbiamo ascoltato con le orecchie bambine, e ora possiamo incontrarlo con una coscienza adulta. Il Padre con la P maiuscola è il principio che ci richiama alla responsabilità più alta, quella di vivere nel mondo come figli della vita e non come orfani della paura.
Nel nome del Padre abbiamo ricevuto molte cose, immagini chiare e immagini da guarire. Adesso sta a noi decidere come portare quel nome nel futuro. Perché ogni volta che scegliamo la fiducia, che smettiamo di vivere come separati e torniamo a sentirci parte di qualcosa di più grande, stiamo evocando un Padre.
La preghiera comincia quando finisce la recita, e apriamo gli occhi. Pregare allora diventa un movimento della mente che sceglie di tornare alla pace, un atto semplice e potente con cui smettiamo di parlare al cielo come fosse lontano e cominciamo ad ascoltare la Presenza che ci abita.
È lì che vediamo quale Padre stiamo servendo, nel modo in cui trattiamo gli altri: chi ci irrita, chi chiede aiuto e chi ci ricorda una parte di noi ancora in attesa di essere accolta.
Padre nostro, due parole, e dentro un’intera strada per tornare a casa.