Numero sei: Il Senso

Lo specchio e il labirinto

Lo specchio e il labirinto

La ricerca del senso non è una fuga solitaria dal mondo. Dalla discesa nelle nostre zone d’ombra all’armonia della comunità, un viaggio per scoprire che la verità si nasconde proprio negli occhi di chi ci sta di fronte.

Sopraffatti dai tragici eventi internazionali, sempre più avvertiamo la difficoltà di trovare un senso alla realtà che ci circonda. Storicamente le prime civiltà alzarono gli occhi guardando lontano e in alto, cominciando a interrogarsi sui misteri del cielo e trovando risposte in quelle luci accese. Partirono attraverso la lettura simbolica della realtà: nasceva una nuova esistenza, si cominciavano a creare narrazioni. Oggi, figli del positivismo, con tutto il bene e il male che questo comporta, proprio nel momento storico di massima accessibilità alle informazioni, ci ritroviamo spesso a provare un disperato disorientamento rispetto al reale, accompagnato da uno stato di profonda impotenza di fronte agli eventi drammatici che la situazione globale ci costringe a osservare. Ci manca il senso. Ci sfugge il senso dell’esistenza.

Siamo intrisi dall’agire capitalistico: funzionare, riparare, comprare, produrre. Eppure sentiamo, nei momenti di consapevolezza, un vuoto, un dolore. I più audaci arrivano a sentire di dover strappare un senso alla vita, come se fosse un enigma matematico da risolvere o una macchina da accendere.

E se sbagliassimo domanda? E se fossimo noi a dover rispondere alla vita che ci interroga momento per momento? Come intuì lo psichiatra Viktor Frankl nei lager nazisti, dobbiamo compiere una rivoluzione copernicana: non chiederci più cosa aspettarci dalla vita, ma cosa la vita si aspetta da noi. Sopravvissuto all’orrore dei lager, Frankl ci ricorda che non possiamo rispondere a questo appello con teorie astratte, ma solo attraverso la nostra concreta responsabilità. Noi diamo significato all’esistenza in tre modi: compiendo un’azione o creando un’opera, amando la natura e gli esseri umani, e, non ultimo, attraverso la dignità e l’atteggiamento con cui scegliamo di affrontare una sofferenza ineluttabile. La vita, insomma, non è un dato di fatto passivo, ma, per usare le parole del poeta Hebbel a lui care: “non è qualcosa, è l’occasione per qualcosa”. E qualunque agire scelto, presuppone una ricerca di cosa si voglia.

Nel Socrate di Platone si afferma che una vita senza ricerca non è una vita degna di essere vissuta. Il noto motto del tempio di Delfi – conosci te stesso – torna come bussola capace di orientarci in questa risposta alla vita. È necessario, allora, osservare le nostre intenzioni, le parole che scegliamo quando comunichiamo con noi stessi e con il mondo. Dobbiamo imparare a essere testimoni silenziosi di noi stessi: registrando ciò che accade senza cedere alla tentazione del giudizio o dell’autocondanna, ma con un’amorevole e implacabile volontà di verità.

Questa osservazione si arricchisce nell’insegnamento che Carl Gustav Jung, padre della psicologia analitica e del linguaggio simbolico, ci invita a considerare: la conoscenza delle nostre zone d’ombra. L’ombra è l’insieme degli aspetti della personalità che non riconosciamo come propri e che tendiamo a rimuovere dalla coscienza. Non riguarda solo ciò che è “negativo”, ma anche parti potenzialmente ricche e vitali che non trovano spazio nell’immagine che abbiamo di noi stessi. Proprio perché non viene riconosciuta, l’ombra continua a influenzare comportamenti, emozioni e relazioni in modo indiretto. Solo portarvi la luce della consapevolezza permette la vera libertà: la possibilità di scegliere, invece di reagire.

L’ombra non abita solo nella mente. Vive nel corpo – nelle tensioni muscolari, nelle malattie che si ripetono, nel respiro che si accorcia quando qualcosa ci minaccia. Le neuroscienze confermano questa intuizione attraverso il concetto di neuroplasticità: le nostre sinapsi possono cambiare, rieducarsi. Incontrando le memorie traumatiche che albergano nel corpo e abbracciandole con empatia, possiamo essere verso noi stessi ciò che è mancato. Se, invece, distogliamo lo sguardo, saranno loro a scegliere per noi, costringendoci a reazioni automatiche, ripetendo giri di giostra già vissuti. Solo abbracciando la nostra dualità e smettendo di negare il lato oscuro impediremo che esso si trasformi nel veleno che proiettiamo su chi ci circonda.

Scavando a fondo in noi stessi e pacificando i nostri demoni, scopriamo che l’isolamento è un’illusione: questo viaggio interiore potrebbe sembrare l’anticamera di un individualismo solipsistico, una fuga dal mondo. È vero l’esatto contrario. Proprio quando tocchiamo il fondo della nostra solitudine e deponiamo le armi dell’ego, si squarcia il velo della separazione. Scopriamo l’antica saggezza del Tat tvam asi – “Io sono l’altro”. Comprendiamo che l’estraneo è della nostra stessa sostanza, alcuni dicono uno specchio, e che, senza la presenza dell’altro a farci da cassa di risonanza, noi semplicemente non esisteremmo.

Perché tutto questo possa avvenire, il processo di conoscenza ha bisogno di un’instancabile umiltà – cognitiva e dell’animo – che, come insegnava Socrate, risiede nel costante dubbio del non sapere: compagno di viaggio imprescindibile per continuare ad imparare e a non chiudersi in una narcisistica posizione di superiorità. La relazione con l’altro non è più il terreno della ricerca nevrotica di attenzione o di auto affermazione. Diventa l’espressione di un dono e di una cooperazione.

Da questa profonda consapevolezza nasce l’autentico agire nel mondo. Il lavoro di comunità, l’edificazione di una società solidale, cooperativa, in cui la persona possa fiorire – come sognava Adriano Olivetti – dove la fabbrica non era il luogo di un potere patriarcale, ma un micro mondo progressista da espandere. L’iperbole trovava il suo zenit nel Movimento Comunità – espressione politica della visione adrianea – per cambiare l’Italia e le persone, in una chiave spirituale e di vita comunitaria. 
Oppure, l’agire nel mondo è la meravigliosa interazione di una jazz band in cui il talento di ciascuno sostiene quello di tutti, come scrive Terence Francis Eagleton: non sono più tentativi forzati di trovare un senso. Diventano l’espressione naturale di esseri umani che, pacificando se stessi, scelgono di mettersi al servizio dell’umanità.

Stare nel mondo, allora, diventa l’avventura suprema. Se abbandoniamo l’ostinazione di difendere il nostro ego e le nostre paure, ogni incontro si carica di una potenza sacra. Come intuivano gli antichi greci, chi ci sta di fronte potrebbe essere l’incarnazione di una forza divina. Ogni persona, persino chi ci ferisce o ci contraddice, può farsi maestro – offrendoci una parola, una prospettiva, una verità capace di scardinare le nostre illusioni e cambiare per sempre la nostra visione del mondo.

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