Per discutere dell’empatia e del suo ruolo nelle relazioni umane occorre prima analizzare e comprendere a fondo il concetto stesso: la parola deriva dal greco antico “ἐμπάθεια” (empátheia) e, contrariamente alla nostra accezione del termine, indicava la carica emotiva dei cantori durante le manifestazioni teatrali. Per arrivare al significato odierno di empatia dovremo aspettare la seconda metà dell’Ottocento, quando in Germania viene coniato il termine “Einfühlung”, che in un contesto legato alla contemplazione estetica indica “l’innata capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura”, la capacità di “sentire dentro” anche al di fuori del nostro corpo e di percepire emozioni e sentimenti esterni come se fossero interni al nostro essere. È in questo contesto che il concetto di empatia entra nella cultura occidentale, divenendo oggetto di numerosissime analisi, specie in ambito filosofico e psicanalitico; occorre tuttavia specificare che l’empatia ha sempre fatto parte del corredo genetico della nostra specie: proprio grazie agli studi più recenti sui neuroni-specchio sappiamo che la partecipazione empatica è un meccanismo biologico, non il frutto di un’attività intellettuale.
Considerato questo, sembra quantomeno strano che l’uomo moderno abbia fatto apparentemente di tutto per alienarsi dall’empatia; ma in fondo, come quest’ultima è innata nell’essere umano, lo sono allo stesso modo l’egoismo e l’individualismo, ed è proprio nel binomio di queste due forze che governano l’animo umano, come nella biga di Platone, che vive il paradosso delle relazioni umane, esplicato da Schopenhauer attraverso il celebre dilemma del porcospino: come dei porcospini durante una giornata invernale, le persone si avvicinano le une alle altre, spinte da un bisogno innato di calore e vicinanza, ma stando vicine finiscono per ferirsi a vicenda, trafitte dagli aculei dei propri simili. Questa parabola sintetizza perfettamente il controsenso rappresentato dalle relazioni tra esseri umani, ma al contempo offre uno spunto di riflessione interessante: siamo davvero solo in grado di ferirci avvicinandoci, oppure siamo semplicemente troppo concentrati su noi stessi, sul prendere calore dai nostri simili piuttosto che sul darlo? Penso infatti che la parabola rappresenti alla perfezione il controsenso in cui siamo caduti da tempo come specie: l’essere umano è talmente assuefatto e distratto da sé stesso da aver quasi completamente dimenticato come vivere davvero in comunità.
La naturale carica empatica dell’uomo viene repressa, sepolta, in favore del conseguimento del successo personale e delle proprie ambizioni, tanto che alcuni psicologi, autodefinitisi “eterodossi”, sono arrivati a screditarne l’importanza, fino a demonizzarla: il caso più noto è certamente quello dello psicologo evoluzionista Gad Saad, che nel suo ultimo libro Suicidal Empathy: Dying to Be Kind identifica nell’eccessiva empatia la causa principale del declino della società occidentale: essa sarebbe infatti applicata senza distinzioni, verso “bersagli sbagliati”, diventando così un sentimento disfunzionale, da limitare e controllare. Questa visione, che ignora quasi completamente il ruolo biologico dell’empatia nella nostra specie, evidenzia, a mio avviso, come in questi ambienti il sentimento di identificazione con gli altri sia visto solo come un ostacolo alla propria autorealizzazione, qualcosa, appunto, da limitare e sopprimere.
Ma a questa visione neo-utilitarista vorrei contrapporre quella dell’economista statunitense Jeremy Rifkin, il quale identifica nell’empatia una spinta positiva nell’evoluzione umana: qualcosa che ci ha dato un vantaggio evolutivo sulle altre specie e che resta un ingrediente fondamentale della nostra società, tanto che Rifkin misura lo sviluppo di una società in relazione alla capacità dei singoli individui di interagire empaticamente tra loro. È proprio a questa visione che voglio riallacciarmi per trarre le mie conclusioni: noi socializziamo continuamente, creiamo legami e ci occupiamo gli uni degli altri in maniera cooperativa; ed è adottando questa prospettiva nei nostri rapporti che l’empatia cessa di essere un peso e diviene invece uno strumento potentissimo, oltre che un enorme vantaggio evolutivo. In questo complesso gioco di relazioni, dove l’uomo è sia attore che spettatore di sé stesso, è proprio l’empatia a differenziare l’esperienza dell’individuo dalla possibilità di identificarsi nel tutto: entrando in risonanza con qualcosa di altro da sé, l’io smette di essere confinato nel corpo e si espande alla sfera emotiva e all’intero universo percettivo. È solo attraverso questo processo che il tutto può dirsi, finalmente, uno.