C’è una domanda che l’umanità continua a riproporsi con una certa ostinazione: qual è il senso della vita?
Abbiamo costruito sistemi religiosi, filosofici e perfino macchine immaginarie pur di ottenere una risposta definitiva. In Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, dopo milioni di anni di calcoli, arriva: 42. Risposta perfetta. Ma inutilizzabile, perché la domanda è sbagliata.
Un’intuizione che, in forma più brutale e comica, è stata sintetizzata da Corrado Guzzanti nei panni di Qelo: “la risposta è dentro di te… però è sbagliata”.
Eppure continuiamo a cercarlo, questo senso, nei luoghi in cui ci è sempre stato indicato: nella nascita come miracolo, nell’educazione come costruzione di identità, nel lavoro come realizzazione, nell’amore come compimento, nella religione come verità ultima.
Ogni volta sembra che ci si avvicini a qualcosa di definitivo. Ogni volta qualcosa si incrina.
Zygmunt Bauman, parlando di “modernità liquida”, descrive un mondo in cui legami, identità e valori non riescono più a mantenere una forma stabile. Anche l’amore – che tradizionalmente prometteva stabilità e appartenenza – diventa precario, reversibile, continuamente ridefinito. Non è più un fondamento, ma un processo instabile.
Allo stesso modo, Italo Calvino, soprattutto in Le città invisibili, mostra come il significato non sia mai unico né definitivo: ogni città raccontata da Marco Polo è una variazione percettiva, simbolica, mentale. Non esiste una città “vera”, ma molte interpretazioni possibili. Il senso non è un nucleo da scoprire, ma qualcosa che cambia con lo sguardo.
Se si prova a tenere insieme tutte queste “risposte”, il risultato somiglia a Il senso della vita dei Monty Python: una sequenza di episodi – nascita, educazione, guerra, sesso, morte – ognuno dei quali promette di contenere la chiave definitiva, senza mai riuscirci davvero. Alla fine resta una sensazione precisa: abbiamo accumulato esempi, ma non abbiamo trovato un fondamento.
A questo punto il problema si chiarisce: continuiamo a cercare un senso come se fosse qualcosa di oggettivo, esterno, già dato, ma è proprio questa aspettativa a essere stata smontata nel Novecento.
Friedrich Nietzsche elimina l’idea di un fondamento assoluto: Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni. Albert Camus parla di assurdo: il mondo non risponde alle nostre domande. Jean-Paul Sartre afferma che l’esistenza precede l’essenza: non siamo fatti per uno scopo, siamo noi a definirlo – se lo definiamo.
Antonin Artaud, con il suo teatro della crudeltà, rompe ulteriormente la struttura del significato: Il teatro della crudeltà di Artaud è una forma di teatro che non spiega il senso, ma lo fa esplodere sulla scena, mostrando che la verità non arriva dall’esterno in modo ordinato, ma deve essere vissuta come esperienza fisica, immediata e perturbante.
Il senso non viene comunicato in modo lineare perché non esiste in quella forma.
E poi c’è Aspettando Godot di Samuel Beckett. Due personaggi aspettano qualcuno che dovrebbe dare direzione, risolvere, spiegare. Ma Godot non arriva mai. E il punto non è l’attesa in sé, ma il meccanismo mentale che rappresenta: l’idea che il significato della nostra vita debba arrivare dall’esterno, in un secondo momento, come una rivelazione.
Il risultato è la paralisi: se aspetti che il senso arrivi, smetti di produrlo; se pensi che debba esserti dato, trasformi la tua vita in una sala d’attesa.
Eppure, nonostante tutto, continuiamo a generare senso.
Succede nella musica. In Time dei Pink Floyd lo scorrere del tempo diventa consapevolezza esistenziale. In No Surprises dei Radiohead una vita anestetizzata finisce per rivelarsi proprio attraverso la sua vuotezza. In Centro di gravità permanente di Franco Battiato si cerca una stabilità sapendo che non esiste davvero. In Dear God degli XTC le certezze religiose vengono smontate senza essere sostituite.
Succede anche nell’arte. René Magritte mostra che “questa non è una pipa”, mettendo in crisi il rapporto tra immagine e realtà. Marcel Duchamp compie un gesto ancora più radicale: con Fountain, un orinatoio semplicemente esposto, sposta il senso dall’oggetto all’atto di scelta. Non è l’oggetto in sé a essere arte, ma il contesto e lo sguardo che lo riconoscono come tale.
E succede nella letteratura di Kurt Vonnegut, dove l’assurdo non è un difetto da correggere, ma una condizione da cui partire.
In tutti questi casi, il senso non viene trovato. Viene costruito.
È qui che il discorso si ribalta.
Se non esiste un senso universale, non significa che tutto sia privo di significato. Significa che il senso non è qualcosa da scoprire, come un oggetto nascosto, ma qualcosa che accade nel momento in cui lo produciamo.
Non arriva dall’esterno, né si presenta come una risposta definitiva. Funziona piuttosto in modo locale, temporaneo, dentro le relazioni, nelle scelte, nelle pratiche quotidiane. E soprattutto non può essere delegato.
Perché nel momento in cui aspetti che arrivi – da Dio, dalla società, dal successo, da un “Godot” qualsiasi – stai già rinunciando a crearlo.
La risposta è, sì, dentro di noi, solo che non è già lì ad aspettarci: prende forma solo nel momento in cui smettiamo di cercarla come qualcosa di dato e iniziamo, inevitabilmente, a costruirla.