Numero undici: In principio, la madre

La prima grammatica del mondo

La prima grammatica del mondo

Il primo universo che ho conosciuto ha il corpo di mia madre.

Prima del mio nome, delle parole, prima ancora che i miei occhi vedessero la luce, c’era lei. Mia madre. Il suo corpo era il confine e insieme tutto il mio mondo, un luogo di cui ignoravo l’esistenza. Mi arrivava il ritmo della sua voce attraverso i tessuti, conoscevo il battito del suo cuore senza sapere che si chiamasse cuore, venivo cullata dai suoi passi, dai movimenti, dal respiro che cambiava ritmo.

Ancora prima di incontrare il suo volto stavo già imparando a conoscerla.

Forse è questa la prima e più profondamente impressa per sempre esperienza che facciamo del mondo: vivere immersi nella vita di un altro essere umano. Là dentro ogni cosa arriva filtrata: il nutrimento, il movimento, il suono, il riposo. Persino ciò che accade fuori raggiunge quel piccolo universo passando in qualche modo attraverso il corpo che ci contiene.

Poi arriva la nascita e accade qualcosa di immenso. Ciò che fino a un istante prima era stretto e contenuto si apre. Il mondo cambia consistenza, temperatura, rumore, spazio. Il corpo che mi conteneva e chi fino a quel momento era stata la mia intera geografia, diventa una persona distinta, un volto che ancora non so riconoscere con gli occhi e che tuttavia conosco già in un altro modo.

Mia madre. La sua voce adesso arriva più nitida, il suo odore diventa una traccia da seguire, le sue braccia sostituiscono in parte il contenimento del grembo e comincia così una seconda esperienza, altrettanto potente. Sto per scoprire che ciò che amo può essere vicino e poi allontanarsi, comparire e scomparire, tenermi e posarmi, rispondere subito oppure farmi conoscere l’attesa.

Ignoro tutto delle relazioni e intanto le sto già vivendo.

È il corpo a imparare per primo. Impara il tempo che trascorre tra il bisogno e la risposta, riconosce la sicurezza che da una presenza, registra l’assenza, si abitua al ritorno.

Attraverso esperienze minuscole di cui oggi possiedo soltanto un vago ricordo di ciò che mi è stato raccontato, comincio a costruire la mia percezione del mondo fuori rispetto al mondo dentro. E ciò che un giorno chiamerò per nome sta già mettendo le sue prime radici.

Penso che la prima lingua che impariamo sia una lingua senza parole e che, molto prima della grammatica insegnata a scuola, ne esista un’altra fatta di corpo e relazione.

Crescendo impariamo a nominare le cose, a raccontare quello che proviamo, a spiegare perché abbiamo reagito in un certo modo. Diventiamo bravissimi a costruire ragionamenti intorno a noi stessi e, qualche volta, proprio mentre cerchiamo spiegazioni complicate, il nostro corpo sta raccontando una storia molto più antica.

Me ne accorgo nelle relazioni, perché è lì che la grammatica delle origini torna a farsi sentire con maggiore chiarezza. Benedette relazioni, che sono tutta la nostra vita e la scandiscono con i loro ritmi. Le sorvegliamo come fossero da addomesticare e intanto loro continuano a darci informazioni.

Se seguo le relazioni andando all’indietro nel tempo, arrivo sempre lì, da mia madre.

Per molti anni l’ho guardata soltanto dal posto naturale che occupavo, quello di figlia. E quando guardiamo una madre da lì, diventa enorme, perché attraverso di lei sono passate la protezione, le regole, le concessioni, le paure, gli abbracci, le incomprensioni, le parole che abbiamo aspettato e quelle che avremmo desiderato ascoltare diversamente. Mamma mia!

Da figli siamo così vicini a nostra madre che facciamo fatica a vederla interamente. Poi il tempo compie uno dei suoi strani lavori. Cresciamo, viviamo, attraversiamo esperienze, diventiamo a nostra volta adulti e arriva un momento in cui, guardandola, dietro la madre cominciamo a intravedere una donna.

Questo passaggio per me è stato importante.

Quella donna esisteva prima che io arrivassi. Aveva un nome e una storia nella quale io ancora non comparivo, desideri che mi precedevano, un corpo che le apparteneva prima di diventare il mio primo universo.

Aveva conosciuto la paura, l’entusiasmo, l’amore, le rinunce, la stanchezza, le decisioni prese bene e quelle che, con il senno di poi, avrebbe forse preso diversamente. Eppure da figlia tutto questo rimane per molto tempo sullo sfondo, perché una madre sembra nascere insieme a noi. È difficile immaginarla prima. Come se il giorno in cui siamo venuti al mondo avesse dato inizio anche alla sua storia.

Passa il tempo e vediamo gli anni sul suo volto, ascoltiamo un racconto che riguarda un tempo in cui noi ancora non c’eravamo, scopriamo un suo desiderio mai realizzato oppure una scelta della quale ignoravamo l’esistenza, e improvvisamente quella figura immensa acquista proporzioni umane. Per me è qui che comincia un’altra relazione con la madre, più adulta, tra donne. Perché finché rimane soltanto “mia madre” continuo inevitabilmente a misurarla attraverso ciò che mi ha dato o che mi è mancato. 

Crescendo posso spostarmi dal suo centro e mettermi nel mio, per incontrarla nuovamente. E incontrare una madre come donna produce uno strano effetto, perché insieme alla comprensione arriva anche una specie di vertigine. Scopro che colei alla quale avevo attribuito poteri quasi assoluti possedeva come me possibilità e limiti. Che alcune sue risposte erano il meglio che potesse trovare in quel momento.

Credo che diventare grandi significhi anche attraversare questa scoperta e lasciare la madre onnipotente per accogliere una donna. 

Ed è curioso, perché potrebbe sembrare una perdita mentre per me è stato il contrario: soltanto quando mia madre è scesa dal luogo impossibile nel quale l’avevo collocata che mi sono avvicinata davvero a lei.

Una madre reale può sbagliare, può amarci moltissimo e avere un modo di amare che qualche volta avremmo voluto ricevere diversamente. Ma l’amore e la perfezione sono due faccende differenti. 

Per molto tempo ho creduto che comprendere mia madre significasse trovare una spiegazione a tutto.

Oggi penso che comprenderla significhi qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più impegnativo: riuscire a guardarla nella sua interezza, lasciando che dentro la stessa persona possano convivere la madre che mi ha protetta e quella che qualche volta non mi ha capita; la donna forte e quella impaurita; la sicurezza che mi ha trasmesso e le fragilità che ho sempre rinnegato.

Nessuno di noi è mai una cosa sola.

Stranamente alle madri concediamo questa complessità molto più tardi. Forse perché abbiamo bisogno della loro costante presenza, che sappiano, che restino al loro posto mentre noi cerchiamo il nostro. 

Sono passati tanti anni da quando il corpo di mia madre era tutto il mio universo, eppure quella relazione continua a raccontare di me. Ed è questo che rende il legame con una madre così particolare: cambia forma molte volte e ogni volta ci chiede di cambiare sguardo.

È una distanza nuova, quella adulta. Una distanza capace di contenere vicinanza.

Oggi so che posso guardare mia madre e riconoscere ciò che mi ha dato senza trasformarlo in un debito. Chi eri prima di essere mia madre? Che cosa sognavi? Cosa ti faceva paura? Che donna pensavi di diventare? Domande che arrivano quando siamo finalmente abbastanza grandi da ascoltare le risposte. 

All’inizio mi ha insegnato la relazione semplicemente essendoci, con il suo corpo, la sua voce, il suo modo di prendermi tra le braccia. Molto più tardi mi ha insegnato qualcos’altro, anche attraverso ciò che tra noi è stato complesso: mi ha mostrato che amare qualcuno significa imparare continuamente a vederlo di nuovo.

Oggi quando penso a lei posso ancora sentire la distanza vertiginosa fra il piccolo essere che viveva dentro il suo corpo e la donna che sono diventata.

In mezzo è passata una vita intera!

E finché vivrò ci sarà sempre lei, mia madre, il suo grembo e il suo ricordo. 

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