In principio la Madre.
Poi, indissolubilmente, Noi.
E, faticosamente, Io.
Prima di essere un nome, siamo stati un corpo dentro un altro corpo. Prima di conoscere il confine, abbiamo conosciuto il contenimento. Prima di poter dire io, siamo appartenuti a un noi.
La madre è il primo luogo che abitiamo. E il primo luogo che dobbiamo lasciare.
Non sorprende allora che, quando cerchiamo parole per ciò che ci precede, ci genera, ci contiene o ci fonda, torniamo continuamente a lei. Diciamo madrelingua, madrepatria, Madre Terra. Parliamo di casa madre, cellula madre, matrice. La parola madre eccede la persona e diventa origine, appartenenza, principio generativo.
Ma prima ancora delle immagini attraverso cui le culture hanno rappresentato la Madre sembra esserci qualcosa di più profondo.
Jung ne ha parlato in termini di archetipo e di inconscio collettivo. Erich Neumann ha cercato quella traccia nelle molte forme della Grande Madre: nel grembo e nella terra, nella nutrice e nella figura terribile, in ciò che protegge la vita e in ciò che può trattenerla.
Ciò che si trova nelle profondità della psiche non arriva a noi allo stato puro. Ha bisogno di un volto, di una storia, di un simbolo.
E allora gli diamo forma.
È il grembo che contiene, il seno che nutre, la terra che genera, la casa alla quale tornare. È protezione, consolazione, appartenenza. Ma ogni immagine originaria porta con sé la propria ombra. Ciò che contiene può trattenere. Ciò che protegge può soffocare. Il grembo che custodisce la vita diventa una morsa, se non le permette di uscire.
È questa la prima grande contraddizione della maternità: generare qualcuno significa anche prepararsi a perderlo.
Il figlio deve separarsi dalla madre per diventare se stesso. Ma anche la madre deve separarsi dal figlio, perché quel noi originario possa diventare due io.
E non sempre accade senza dolore.
Per renderla perfetta, l’abbiamo divisa
Una delle difficoltà più profonde nel rappresentare la Madre è accettarne l’ambivalenza.
Vogliamo che la madre sia buona. Accogliente, paziente, disponibile, protettiva. Capace di amare senza misura e possibilmente senza chiedere nulla. La vogliamo rassicurante, stabile, quasi immobile.
Ma una donna non è soltanto questo.
Una donna desidera. Si arrabbia. Rifiuta. Si stanca. Cerca. Gode. Parte. Può accogliere e può respingere. Può proteggere e aver bisogno di essere protetta. Può generare e può non voler generare. Può dire sì e, soprattutto, può dire no.
Così abbiamo tagliato. Abbiamo chiamato pura una parte e impura l’altra. Abbiamo venerato ciò che accoglie e guardato con sospetto ciò che desidera. Abbiamo santificato la Madre e temuto la Donna.
Per renderla perfetta, l’abbiamo divisa.
E a forza di volerla perfetta, abbiamo smesso di vederla intera.
Maria, Eva, Lilith
Nell’immaginario occidentale questa tensione ha preso forme potentissime.
Maria ed Eva sono state poste in relazione fin dai primi secoli del cristianesimo. Già Ireneo di Lione contrappone all’obbedienza dell’una la disobbedienza dell’altra. Ciò che Eva avrebbe legato attraverso la propria scelta, Maria avrebbe sciolto attraverso la sua.
Eppure Eva compie un gesto che continua a interrogarci: vuole conoscere.
La Genesi non identifica il suo peccato con la sessualità. È la storia delle interpretazioni successive a rendere molto più complesso il rapporto tra Eva, corpo, desiderio e colpa. E proprio questa storia pone una domanda: che cosa abbiamo visto, nel tempo, nella donna che vuole conoscere, oltrepassare un limite, scegliere?
E poi c’è Lilith.
La sua genealogia è diversa. La Lilith che l’immaginario contemporaneo conosce come prima compagna di Adamo non appartiene al racconto della Genesi. Le sue radici affondano in tradizioni più antiche, nelle quali compare come figura notturna e demoniaca; è nell’Alfabeto di Ben Sira, testo medievale, che assume la forma destinata ad affascinare la modernità.
Creata dalla stessa terra di Adamo, Lilith rifiuta di stare sotto di lui durante l’unione sessuale. Rivendica la propria uguaglianza: entrambi vengono dalla terra. Quando Adamo non accetta, pronuncia il Nome ineffabile di Dio e se ne va.
Il suo gesto è un No.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi lì.
Lilith non diventa per questo un’eroina luminosa. La tradizione continua a circondarla di immagini inquietanti: seduce, minaccia, genera demoni, mette in pericolo i bambini. È una figura dell’ombra. Solo molto più tardi una parte del pensiero femminista la recupererà come simbolo di indipendenza e uguaglianza.
È proprio questa ambiguità a renderla interessante: il rifiuto della subordinazione e, insieme, la paura che quel rifiuto suscita; l’autonomia e la minaccia; la donna che dice no e il demone che quel no può diventare nell’immaginario che lo racconta.
Non occorre trasformare Eva e Lilith in eroine moderne, né Maria nel simbolo opposto, per lasciarsi interrogare da queste figure.
Maria accoglie. Eva conosce. Lilith rifiuta.
Tre gesti che non appartengono necessariamente a tre donne diverse.
La domanda allora non è quale scegliere.
È che cosa accade quando non riusciamo più a immaginarli nella stessa donna, nella Madre.
Il volto terribile della Madre
La Madre non è soltanto colei che dà.
La terra genera e nutre. Ci sostiene, ci offre ciò di cui viviamo. Ma è la stessa terra che accoglie i morti. Ci nutre e, alla fine, ci riprende.
Leopardi aveva guardato senza consolazione dentro questa contraddizione. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, la Natura descrive la vita dell’universo come un «perpetuo circuito di produzione e distruzione», due forze collegate l’una all’altra e necessarie alla conservazione del mondo.
L’Islandese non si lascia rassicurare. Se la conservazione dell’universo richiede continuamente il patimento e la morte di ciò che lo compone, domanda: a chi piace, a chi giova questa «vita infelicissima dell’universo»?
La domanda rimane senza risposta.
La Natura leopardiana non è una madre, eppure la sua voce ha una risonanza precisa. Nell’immagine archetipica della Grande Madre convivono aspetti che vorremmo tenere separati: generazione e dissoluzione, protezione e pericolo, nutrimento e perdita.
Il volto terribile della Madre non è il contrario di quello amorevole. Appartiene alla stessa ambivalenza: ciò che dà la vita non può sottrarla al tempo, alla trasformazione, alla morte.
Nella maternità umana questa contraddizione assume un’altra forma. Una madre mette al mondo un essere che, proprio perché possa vivere, dovrà progressivamente sottrarsi a lei.
Deve nutrirlo perché cresca. Proteggerlo perché possa diventare abbastanza forte da allontanarsi. Tenerlo, all’inizio, perché un giorno possa essere lasciato andare.
Una madre che sapesse soltanto trattenere non custodirebbe la vita.
La fermerebbe.
Il corpo che abbiamo tolto alla Madre
C’è poi un’altra separazione, forse la più difficile da accettare: quella tra la Madre e il suo corpo.
Da bambini è facile immaginare la madre come una presenza interamente rivolta verso di noi. La mamma cura, nutre, consola, ascolta. Il suo corpo sembra appartenere alla funzione materna.
Poi accade qualcosa di destabilizzante.
Scopriamo che nostra madre non è nata quando siamo nati noi.
Esisteva prima.
È stata bambina, ragazza, donna. Ha avuto desideri che non ci riguardavano, paure che non conosciamo, un corpo che non esiste soltanto per generare e accudire, una storia alla quale non abbiamo partecipato.
La Madre è anche una donna.
Ogni figlio, in modi e tempi diversi, deve sopportare questa scoperta: la persona che sembrava esistere interamente per noi possiede un centro che non siamo noi.
Che cosa accade quando una figlia scopre che la Madre è anche una donna?
Ma esiste anche il movimento opposto.
Che cosa accade quando una madre ricorda di essere ancora una donna?
Dopo anni trascorsi a essere “la mamma di”, anche una madre può aver bisogno di recuperare il proprio nome. Il proprio corpo. Il desiderio. Il lavoro. La curiosità. Il piacere. La solitudine. La libertà di non essere sempre disponibile.
Deve poter tornare a dire io.
Non per essere meno madre, ma per non scomparire dentro la maternità.
Ma restituire il corpo alla Madre significa anche affrontare una separazione ancora più antica: quella tra corpo e sacro. Se per rendere la Madre pura abbiamo dovuto sottrarle il desiderio, viene da chiedersi se quella purezza non sia stata ottenuta al prezzo di una mutilazione.
È qui che un’indicazione inattesa arriva da padre Angelo Benolli, sacerdote degli Oblati di Maria Vergine e fondatore di Italia Solidale.
Nella sua visione la persona nasce con tre forze fondamentali, che lui raccoglie nell’immagine dell’«albero della vita»: le forze di Dio, quelle dell’anima o del carattere e quelle del sesso. Il sesso non sta fuori dalla vita spirituale: per Benolli è una delle energie fondamentali della persona e «cresce solo nell’amore ed è fatto per l’amore».1
Il suo è un pensiero profondamente religioso, che non va confuso con una concezione contemporanea della libertà sessuale. Nel suo racconto di Adamo ed Eva, infatti, la caduta resta legata alla separazione delle energie del sesso da quelle di Dio. Ma quando parla della Madonna dice qualcosa di sorprendente: in lei «il sesso è immacolato nell’amore».
Non assente. Immacolato.
La differenza è tutta qui.
Una parte dell’immaginario cristiano ha rappresentato Maria attraverso una femminilità nella quale il corpo e la sessualità sembrano quasi scomparire. In questa lettura, invece, la purezza non coincide con una mancanza. Benolli non elimina quella dimensione per poter affermare la purezza di Maria: la include.
E se fosse quella rappresentazione, e non Maria, a essere incompleta?
Se la purezza non consistesse nell’amputazione di una parte di sé?
Se il sacro non chiedesse alla donna di smettere di essere corpo?
Diventare interi non significa scegliere quale parte di noi meriti di esistere. Significa smettere di considerare inconciliabili le parti che ci costituiscono.
Di madre in figlia
E poi tutto questo passa attraverso le generazioni.
Una madre è stata prima una figlia. Ha ricevuto un’immagine del corpo, dell’amore, della colpa, del desiderio, del sacrificio, della maternità. A volte la trasmette. A volte cerca disperatamente di fare il contrario. Molto spesso fa entrambe le cose.
Madre dopo madre, figlia dopo figlia, qualcosa passa.
E a volte ciò che passa è anche un ruolo nel quale si rimane intrappolate. Ci sono donne che continuano a essere figlie anche quando sono ormai adulte, incapaci di separarsi davvero dallo sguardo, dalle aspettative o dal giudizio della propria madre. E ce ne sono altre che, diventate madri, finiscono per esistere quasi soltanto attraverso i figli.
Forse diventare intere significa anche riuscire ad attraversare questi ruoli senza rimanere prigioniere di nessuno di essi: poter essere figlie senza essere soltanto Figlie, madri senza essere soltanto Madri.
Ciò che passa, però, non è una condanna, e neppure un destino. È piuttosto una domanda che ogni generazione riceve e alla quale deve dare la propria risposta.
Quanto spazio può occupare una donna senza sentirsi colpevole?
Quanto può desiderare senza vergognarsi?
Quanto può dire no senza sentirsi cattiva?
Crescere significa anche imparare a distinguere le voci.
Questa paura è mia?
Questa vergogna è mia?
Questa colpa è mia?
O appartiene a qualcuno che è venuto prima di me?
Diventare io significa anche questo: riconoscere ciò che abbiamo ricevuto, senza essere costretti a trasmetterlo intatto.
Faticosamente, Io
Alla Madre abbiamo chiesto qualcosa di impossibile: essere perfetta.
Ma la perfezione pretende coerenza. Elimina la contraddizione. Seleziona ciò che può essere mostrato e nasconde ciò che disturba l’immagine.
L’interezza fa il contrario. Contiene la contraddizione.
La madre può amare ed essere arrabbiata. Può proteggere e lasciare andare. Può essere madre ed essere amante.
Diventare adulti significa rinunciare, almeno un poco, alla Madre perfetta, per vedere finalmente la donna intera.
Ma l’interezza non è il ritorno a quel noi indistinto.
È quasi il contrario.
Bisogna separarsi per potersi integrare.
Il figlio si separa dalla madre per poter dire io. La madre si separa dal figlio per poter tornare a dire io. E forse anche ciò che abbiamo separato nella donna — il corpo e il sacro, il desiderio e la cura, l’accoglienza e il rifiuto — può tornare a stare insieme senza che una parte debba cancellare l’altra.
Non si tratta di tornare al Noi cancellando l’Io.
Si tratta di poter incontrare l’altro senza scomparirvi dentro.
La madre è il primo luogo che abitiamo.
Ma nessun luogo, per quanto amato, può essere abitato per sempre.
In principio la Madre.
Poi, indissolubilmente, Noi.
E, faticosamente, Io.
- Erich Neumann, The Great Mother: An Analysis of the Archetype, Princeton University Press.
- Erich Neumann, The Origins and History of Consciousness, Princeton University Press.
- Ireneo di Lione, Adversus Haereses, III, 22, 4.
- Alfabeto di Ben Sira, episodio di Lilith.
- Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese, in Operette morali.
- Angelo Benolli, Il Carisma da vivere e proporre, Italia Solidale – Mondo Solidale, 2011.