Numero sette: Nel nome del Padre

Jenga: Il Padre che non c’è più

Jenga: Il Padre che non c’è più

Ho sentito un’intervista.

Un ragazzo giovane, un rapper italiano di quelli che parlano veloce, non guardano negli occhi, sono “Personaggio”, catene d’oro bianco e brillanti, mani piene di anelli e corpo pieno di tatuaggi. A un certo punto, senza enfasi, racconta di essere finito in prigione.

E lo spiega così: “Non ho avuto un padre. Nessuno mi ha insegnato cosa fosse giusto e cosa sbagliato.” Poi aggiunge: “Se un padre non ti dice che cosa è sbagliato, come capisco quando ho più demoni a fianco?”

Lo dice come si racconta il tempo che fa.

Mi sono fermata, ho messo pausa, ho riascoltato e poi ho riascoltato ancora.

Perché in quelle frasi, dette così, di passaggio, senza retorica, c’era qualcosa di più preciso di tanti trattati, di più onesto di molti versetti.

Quel ragazzo stava parlando di se stesso e di suo padre, ma stava anche, senza saperlo, parlando di qualcosa di molto più antico.

Da quando gli esseri umani hanno cominciato a raccontare storie, hanno messo al centro un Padre.

Non sempre affettuoso, non sempre presente, ma sempre lì, a indicare una cosa sola: fin dove si può arrivare.

Zeus che fulmina chi sfida l’ordine del mondo, Yahweh che sale sul monte con Mosè e lo rimanda indietro con le tavole della Legge.

Urano che separa il cielo dalla terra e istituisce la prima distinzione, Giove che presiede al patto tra gli uomini.

Il Padre degli Dei non era tenero e non era vicino: era la fonte di ciò che si poteva e ciò che non si poteva fare, di quello che valeva e di quello che non valeva niente.

Era una funzione prima ancora che una persona.

Poi, a un certo punto, quella funzione ha cambiato forma.

In aramaico, la lingua che Gesù parlava ogni giorno, compare una parola: Abba.

Non è una parola solenne, è la parola che un bambino usa con suo padre nelle cose ordinarie per chiedere qualcosa, per chiamarlo, per dirgli che ha paura: Papà.

Gesù la usa per chiamare Dio ed è una rivoluzione silenziosa, talmente entrata nella cultura da non sembrare più tale.

Il Padre cosmico, quello che fulminava, che giudicava, che chiedeva prove di fedeltà, diventa qualcuno a cui si parla piano, qualcuno a cui ci si avvicina.

Non smette di essere la fonte della Legge ma diventa anche il luogo in cui si torna quando la Legge pesa troppo.

Per secoli questa è rimasta la cornice: il Padre, cosmico o terreno, era il centro intorno a cui tutto girava.

Era il Dio che ascoltava le preghiere e la sera giudicava le anime ma anche il Padre di famiglia che sedeva a capotavola e decideva, il Re che governava per diritto divino, il Prete che sapeva cosa era peccato, il Maestro che sapeva cosa era verità.

Erano figure diverse che svolgevano la stessa funzione: dicevano dove finiva il lecito e dove cominciava il proibito.

Non sempre con giustizia, non sempre con amore, ma con una certezza che, per quanto pesante, era anche un appoggio: si sapeva a cosa si andasse incontro, quali erano le conseguenze, cosa c’era dopo.

Poi, lentamente, quella certezza ha cominciato a scricchiolare.

Non in un giorno solo e non per colpa di un solo pensiero, ma attraverso secoli di domande accumulate.

La ragione che chiedeva prove, la scienza che ridisegnava il cielo, le rivoluzioni che rimettevano in discussione chi aveva il diritto di dire cosa fosse giusto.

Il Padre cosmico non è caduto di colpo, è stato eroso. Pian piano, come una riva battuta dal mare, ha arretrato sempre di più, fino a quando un filosofo con i baffi non ha semplicemente constatato quello che era già accaduto: “Dio è morto”.

Non lo ha detto per provocare, ma come si constata qualcosa di già accaduto: la modernità occidentale aveva deciso di fare a meno del Padre cosmico.

D’altronde aveva la Ragione, la Scienza, la Democrazia: non aveva più bisogno di qualcuno che dicesse cosa fosse giusto dall’alto.

Aveva anche un’idea, lui, su cosa dovesse venire dopo.

Un uomo capace di darsi da solo i propri valori, di crearsi la propria rotta senza aspettare che qualcuno indicasse la direzione: il Superuomo.

Bellissimo in teoria, solo che i superuomini non sono arrivati: hanno preso il loro posto generazioni di persone a cui era stata consegnata la libertà radicale di scegliere cosa fosse giusto, senza che nessuno avesse mai insegnato loro come si fa.

E quando muore il Padre cosmico, non muore solo lui: pian piano si sgretola tutta l’impalcatura che, intorno alla figura paterna, reggeva la funzione.

Il maestro di scuola, il prete di paese, il nonno con le sue regole silenziose, il capofamiglia che sapeva come si fanno le cose: tutta la rete di figure che, quando il padre mancava, facevano le sue veci.

Come una torre di Jenga a cui per secoli sono stati tolti pezzi, uno alla volta.

Per un po’ ha retto: pezzo dopo pezzo, però, qualcosa si è incrinato.

Pezzo dopo pezzo, rimane solo il padre.

E quando manca anche quello, la torre crolla e ti ritrovi in mano tutti questi pezzi.

So come pesano, tra le mani, tutti quei pezzi.

Ho perso mio papà in un momento in cui avevo ancora bisogno di lui, non come ricordo, ma come presenza.

Tra i pezzi che mi sono rimasti in mano ce n’è uno che non dimentico: lui che festeggia le mie mestruazioni.

Come si festeggia un passaggio, come si dice a qualcuno, senza troppi discorsi, che quello che sta attraversando è importante, che il suo corpo sa quello che fa. Non molti padri lo sanno fare.

E ho scoperto che il Padre che non c’è più non è solo un’idea filosofica: è un’assenza fisica, concreta, che torna nei momenti più difficili con una precisione crudele.

Nei momenti in cui il terreno si muove sotto i piedi e non si capisce a cosa tenersi, quello che si cerca è lui: non un consiglio, non una soluzione, solo lui.

La sua presenza che avrebbe detto, senza parole, che le cose si sarebbero aggiustate.

Quell’assenza non guarisce. Impari a portarla e, qualche volta, senza saperlo, anche a respirarla.

Quel ragazzo dell’intervista è un caso estremo, ma non è un’eccezione.

Siamo tutti, ciascuno a modo suo, cresciuti dentro un’eco di questa assenza.

E tutti, in modi diversi, cerchiamo ancora un Padre, anche senza saperlo, anche negandolo a noi stessi.

E stiamo lì fermi, davanti a un vuoto, in sere in cui non c’è nessuno: nessuno da chiamare, nessuna voce familiare, solo il silenzio che pesa.

E la tentazione, in quei momenti, è di cercare qualcosa fuori: un messaggio, una notifica, una chat, qualcuno che non vediamo da mesi, ma a cui scriviamo alle undici di sera perché l’alternativa è restare soli con il proprio cuore nudo e vulnerabile. Con se stessi senza veli, senza nessuno che ammortizzi.

Non è distrazione, né noia: è una fame più antica che chiede di essere saziata.

La mattina presto, ancora nel letto, apriamo il telefono e chiediamo a un algoritmo, a un’intelligenza artificiale, all’oroscopo, cosa fare.

Perché la funzione paterna, quando manca, non scompare: cerca solo un altro posto dove abitare.

Forse il vuoto del Padre non si riempie cercando un nuovo Padre fuori.

Forse si riempie facendo qualcosa con tutti quei pezzi che ci siamo ritrovati in mano.

Puoi riconoscertici dentro, puoi riconoscere i pezzi che erano lui o la sua assenza, che poi è anche una forma di presenza.

Quelli che erano te. Quelli che avresti voluto costruire insieme.

E poi, lentamente, puoi usarli per qualcosa. Non per ricostruire la torre, che quella non torna su com’era.

Ma per costruirne una tua: la tua figura paterna, dentro di te.

Non significa diventare autosufficienti né smettere di aver bisogno degli altri. Significa, e non è poco, imparare a stabilire il proprio limite, a riconoscere la propria legge, a insegnarsi ogni giorno cosa valga e cosa no. Non in assoluto, ma per sé.

C’è una quiete strana, in questo lavoro: non è gioia, è più sobria, è il primo respiro libero dopo anni di apnea.

È un lavoro silenzioso, spesso ingrato, quasi mai finito. Forse è, semplicemente, diventare adulti.

Il ragazzo dell’intervista diceva: nessuno mi ha insegnato.

Ed è vero per lui, e in parte per molti di noi. Ma a un certo punto della vita, nessuno ce lo insegna più comunque, tocca a noi farlo.

Tocca a noi essere, almeno per noi stessi, il Padre che non abbiamo avuto.

Questo, però, non lo si impara da soli: lo si impara dentro relazioni.

Dentro comunità piccole e imperfette, dentro lo sguardo di qualcuno che ci riconosce come adulti anche quando fatichiamo a riconoscerci.

Lo si impara stando accanto a qualcun altro che sta facendo lo stesso lavoro, senza mappe, senza superuomini, senza un Dio che indica la rotta dall’alto.

Il Padre con la P maiuscola non torna: ma qualcosa di quella funzione antica si può ritrovare.

Dentro di noi, prima. E poi, solo dopo, negli altri.

Quel ragazzo, nell’intervista, non lo sapeva ma stava parlando di tutti noi.

 

 

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