Devo essere onesta con te, prima di cominciare: questo pezzo non voleva farsi scrivere.
Gli altri, di solito, arrivano: c’è una scena, una parola che tira le altre, e li seguo fino in fondo.
Questo no.
Questo l’ho aperto e chiuso più volte.
Ho scritto righe intere e le ho cancellate una ad una, con la sensazione di girare intorno a qualcosa senza trovare la porta. Mi sono accorta che, su questo tema, perdevo le parole ed è strano ammetterlo, per una che con le parole ci lavora e di solito ci si affida.
Quando mi succede, quando le parole non bastano o si ritirano, faccio l’unica cosa che conosco: vado a cercarle dove qualcun altro le ha già trovate.
Torno ai libri, non per distrarmi ma per tornare presente.
Come se la voce di un altro potesse indicare la strada alla mia.
E questa volta il libro che mi ha chiamata è stato Lettera a un bambino mai nato, di Oriana Fallaci.
Ci sono libri che leggi e sistemi con cura nello scaffale della libreria e poi…poi rimangono lì a prendere polvere e ad assumere quell’odore distintivo di vaniglia, mandorla e muschio. Ecco, questo è uno di quelli.
Una donna che parla a una vita che forse non nascerà: la immagina, le dà un futuro, le racconta il mondo che troverà e quello che non le augura.
Discute con lei, la ama, la teme, la interroga.
Le parla senza sapere se sentirà mai la sua voce, senza sapere nemmeno se ci sarà qualcuno ad ascoltare.
Mette in scena il gesto più antico della maternità: dare voce a chi non c’è ancora.
Leggevo, quindi, e la voce sotto i miei occhi andava in una direzione sola.
Dalla madre al figlio.
Dal presente a un futuro incerto, sospeso, tutto da immaginare.
E mentre leggevo, dalla memoria è riaffiorato un sogno di molti anni fa.
Non lo cercavo ma, leggendo quella madre che parlava al suo bambino, ho cominciato a vederlo e ripensarlo, per la prima volta, per quello che era.
Perché nel mio sogno la voce non andava dalla madre al figlio, ma dalla figlia alla madre.
Nel sogno ero nella stanza di una clinica, avevo appena partorito e tenevo in braccio una neonata.
Due occhi enormi, bellissimi, le ciglia lunghe.
Non piangeva e mi guardava come se mi conoscesse da sempre, come se fossi io la nuova arrivata e lei fosse lì da sempre.
Poi, senza spavento, con una calma che non apparteneva a un corpo così piccolo, mi disse che doveva andare.
Che era arrivata troppo presto.
Che non dovevo preoccuparmi, e soprattutto che non era colpa mia.
E prima di sciogliersi, come si sciolgono le cose nei sogni, aggiunse una cosa sola:
«Ritornerò, e mi chiamerò Costanza».
Non ricordo di aver avuto paura.
Ricordo la calma, e il calore di quel piccolo corpo che mi diceva addio senza drammi e il mio risveglio pieno di sollievo.
Una figlia appena nata che consolava sua madre, le metteva le ali e la sollevava da un peso che io, in quel momento, non sapevo nemmeno di portare.
Mi svegliai con quel nome addosso e con la strana sensazione di essere stata perdonata per qualcosa che non avevo ancora fatto.
Due anni dopo è nata mia figlia. L’ho chiamata Costanza.
Questo sogno l’ho raccontato spesso, negli anni. Ma l’ho sempre raccontato come una favola: guarda che bella premonizione.
Il nome sognato, la figlia arrivata due anni dopo, la coincidenza che fa sorridere e venire un piccolo brivido.
Lo consegnavo già confezionato, con il fiocco della meraviglia.
Dopo tutto il sogno annunciava Costanza, parlava di lei: di ciò che sarebbe stata, di un lieto fine già scritto.
Era il modo più elegante che avevo per non guardarlo davvero.
Perché una premonizione riguarda il futuro, e mette al sicuro.
Comoda. Rassicurante. E falsa o, almeno, non del tutto vera.
Il sogno non annunciava mia figlia.
Parlava di me.
Ci ho messo anni a capirlo e forse non ci sarei arrivata da sola.
Ci sono voluti una madre e un bambino mai nato, le parole di un’altra donna scritte cinquant’anni fa, perché io potessi finalmente rileggere le mie.
Perché quella bambina era venuta a rassicurare me.
E una madre che ha bisogno di essere rassicurata dal proprio figlio ha invertito, senza dirlo e forse senza accorgersene, l’ordine delle cose.
Ed è qui che, di nuovo, perdo le parole.
Perché quello che sto per scrivere è esattamente ciò che una madre non dovrebbe dire.
Ci raccontiamo che si mette al mondo una vita per donarle qualcosa.
Il futuro, le radici, l’amore, un posto nel mondo.
Si dà, si dà, si dà.
È la versione che si può pronunciare ad alta voce, quella che sta bene ovunque, quella che nessuno ti contesterà mai.
Poi c’è l’altra versione, quella zitta zitta, che teniamo nascosta in un posto dove quasi non la guardiamo nemmeno noi.
Quella che ci bisbiglia che, a volte, un figlio lo desideriamo anche per noi.
Per avere un peso che ci tenga ferme quando sentiamo che potremmo andare alla deriva. Un motivo per restare, per non sbandare, per non sparire.
Un’àncora.
Un dove a cui legarci quando dentro (e fuori) non troviamo nessun porto.
Non lo diciamo, e non a caso.
Un’àncora si dà, non si chiede.
Ammettere di aver cercato in chi nasce qualcosa che tenesse in piedi noi, e non il contrario, sembra squalificarci prima ancora di cominciare.
Come se il bisogno, in una madre, fosse una colpa da nascondere.
Come se avere avuto paura ci togliesse il diritto di chiamarci madri.
Non ho titoli per dirti come si è madri, e diffido di chi trasforma la maternità in una regola con le istruzioni.
So soltanto che, nel mio sogno, la più fragile delle due ero io e che è stata una neonata a tendere una mano, e non la madre.
E che per anni ho raccontato il sogno in modo edulcorato, come una bella favola.
Finché non sono arrivati un articolo che mi ha privata di parole e un vecchio libro a farmi vedere le cose in modo diverso.
Perché forse è questo che il sogno era venuto a dirmi, con due anni di anticipo e la delicatezza di chi non vuole ferire: che non ero io a tenerla al mondo.
Che, semmai, era lei a tenere me.
E che potevo smettere di aggrapparmi, perché non sarei andata alla deriva.
Oriana Fallaci scriveva a un figlio che temeva non sarebbe mai nato.
Io ho sognato una figlia che, prima ancora di nascere, mi diceva che sarebbe tornata.
Una madre che ha paura che la vita non cominci. Una figlia che dice che non è mai finita.
In principio, ci hanno insegnato, c’è la madre.
Ma quella notte, nella stanza di una clinica che non esisteva, non sapevo più chi delle due stesse tenendo in braccio l’altra.