Numero nove: AAA Empatia cercasi

Imparare a vedere

Imparare a vedere

 Ogni vita si affaccia sullo stesso mondo da una finestra diversa.

«Con troppe lacrime piangi, Maria, solo l’immagine d’un’agonia. Sai che alla fine del terzo giorno il figlio tuo farà ritorno. Lascia noi piangere un po’ più forte, chi non ritornerà più dalla morte.»

Così canta Fabrizio De André ne Le tre madri.
Tre donne sono ai piedi della stessa croce. Guardano lo stesso uomo, sotto lo stesso cielo, nello stesso istante. Eppure nessuna di loro vive la stessa realtà. Maria porta nel cuore una speranza che le altre due madri non hanno. Eppure questo non rende il suo dolore meno autentico. Sta perdendo il volto, la voce, la presenza dell’uomo che ha accompagnato la sua vita fino a quel momento. Anche per lei esiste un’assenza da attraversare. Le altre due madri sanno che, per i loro figli, non ci sarà alcun ritorno. I fatti sono identici. Ciò che cambia è il modo in cui ciascuna guarda quella realtà dalla propria finestra.
 
Forse tutto incomincia da qui.
Per anni abbiamo ripetuto che essere empatici significa “mettersi nei panni dell’altro”. È un’espressione usata con le migliori intenzioni, ma che nasconde un’illusione: credere che sia possibile vivere la vita di qualcun altro.
Non possiamo.
 
Nessuno di noi può abitare davvero la storia di un’altra persona. Possiamo ascoltarla, immaginarla, rispettarla. Ma non potremo mai sentire fino in fondo il peso delle sue ferite, il sapore delle sue rinunce, la forma delle sue paure. Anche quando pensiamo di conoscere profondamente qualcuno, continuiamo inevitabilmente a guardare il mondo attraverso i nostri occhi.
 
L’empatia, allora, non consiste nel mettersi nei panni dell’altro.
Consiste nell’accettare che l’altro guarda il mondo da una finestra diversa dalla nostra.
Non un altro mondo.
Lo stesso mondo.
Da un’altra finestra.
 
Ma c’è un passaggio che spesso dimentichiamo.
Prima ancora di imparare a guardare l’altro, dobbiamo imparare a guardare noi stessi.
È una cosa che crediamo di fare ogni giorno. In realtà, molto spesso, facciamo l’opposto.
Ci osserviamo per giudicarci. Misuriamo ciò che ci manca. Ci rimproveriamo per gli errori commessi. Ci confrontiamo continuamente con un’idea di perfezione che non raggiungiamo mai.
Sappiamo essere severi con noi stessi.
Più raramente sappiamo guardarci con la stessa compassione con cui abbracceremmo una persona che amiamo. È da quello sguardo che nasce ogni autentica forma di empatia.
 
Il modo in cui guardiamo gli altri non è mai del tutto separato dal modo in cui abbiamo imparato a guardare noi stessi. Se ci vergogniamo delle nostre fragilità, saremo tentati di giudicarle quando le incontreremo negli altri. Se non sappiamo perdonarci di essere imperfetti, difficilmente riusciremo ad accettare che lo sia chi ci vive accanto.
 
Guardarsi con compassione non significa giustificarsi, ma riconoscere la propria umanità senza voltarsi dall’altra parte. Significa restare accanto alle proprie ferite, ai propri errori e ai propri limiti senza considerarci, per questo, meno degni d’amore.
Solo allora possiamo accostarci all’altro senza pretendere che sia diverso da ciò che è.
 
Pensiamo a una coppia. Quante incomprensioni nascono dalla convinzione che ciò che per noi è evidente debba esserlo anche per la persona che amiamo?
«Se mi amassi, capiresti.»
«Se fossi al mio posto, reagiresti come me.»
Eppure possiamo condividere la stessa casa, la stessa storia, persino lo stesso dolore, senza vivere la medesima realtà. Ciascuno guarda ciò che accade attraverso il proprio passato, le proprie attese, le ferite che ancora fanno male e quelle che credeva di avere dimenticato.
Non sempre l’altro vede ciò che vediamo noi.
E non per questo ci ama di meno.
 
L’empatia non cancella la distanza che esiste fra due esseri umani. Non rende identici i sentimenti né risolve ogni incomprensione. Fa qualcosa di più discreto: ci impedisce di confondere il nostro punto di vista con l’unica verità possibile.
 
È il momento in cui smettiamo di chiederci:
«Perché non sei come me?»
e troviamo il coraggio di domandare:
«Che cosa vedi tu che io non riesco ancora a vedere?»
Questa è una delle forme più profonde del rispetto.
Non capire immediatamente.
Non interpretare.
Non correggere.
Restare abbastanza vicini da permettere all’altro di raccontarsi.
 
Viviamo, invece, in un tempo che ci spinge verso conclusioni rapidissime. Bastano una fotografia, un abito, una professione o una frase scritta sui social perché ci sembri di conoscere chi abbiamo davanti. In pochi istanti decidiamo chi è fortunato e chi non lo è, chi ha diritto di soffrire e chi dovrebbe soltanto essere grato.
Ma ogni vita possiede una parte che rimane invisibile.
 
Mi è capitato di incontrare una donna elegante, economicamente agiata. Guardandola da fuori, sarebbe stato facile pensare: «Che fortuna.»”
Poi, ascoltandola, ho incontrato una solitudine profonda. Una vita fatta di perdite, silenzi e relazioni mai davvero vissute.
Ciò che dall’esterno sembrava privilegio custodiva, dall’interno, una forma di sofferenza.
 
Questo non significa che tutti i dolori siano uguali. Non lo sono. Esistono la guerra, la fame, la malattia, la violenza e ingiustizie che non possono essere messe sullo stesso piano delle difficoltà ordinarie della vita.
Eppure il dolore non è una gara.
Quando soffriamo, non abitiamo una graduatoria.
Abitiamo ciò che ci sta accadendo.
 
L’empatia comincia anche quando rinunciamo a stabilire chi abbia il diritto di soffrire di più. Quando smettiamo di misurare la ferita dell’altro con il metro della nostra esperienza e proviamo, semplicemente, a riconoscerne l’esistenza.
Il bisogno più profondo dell’essere umano non è essere compreso.
È essere visto.
Essere visto senza dover dimostrare di meritare attenzione. Senza essere ridotto al ruolo che ricopre, all’immagine che offre al mondo o all’utilità che ha nella vita degli altri.
 
Qualche tempo fa una mia allieva mi disse una frase molto semplice:
«Mi fa piacere quando qualcuno si ricorda di me.»
Non chiedeva grandi gesti.
Non cercava approvazione.
Chiedeva di esistere nello sguardo di qualcuno.
Quella frase mi è rimasta dentro perché racconta un desiderio che, forse, appartiene a tutti noi. Abbiamo bisogno che qualcuno si accorga della nostra presenza. Che ricordi una parola detta tempo prima, una paura confessata quasi per caso, qualcosa che ci renda irripetibili.
Ci sono persone capaci di farci questo dono. Quando ci parlano, non ci fanno sentire una funzione, un numero, un cliente, un collega, uno dei tanti.
Ci restituiscono a noi stessi.
Non perché possiedano le parole giuste o sappiano risolvere i nostri problemi, ma perché, per qualche istante, sono davvero presenti.
Nella disponibilità a offrire all’altro uno spazio in cui non debba difendersi, spiegarsi o nascondere ciò che è.
Uno spazio in cui possa sentirsi accolto prima ancora di essere compreso.
 
Siamo entrati nell’epoca della connessione permanente. Possiamo raggiungere quasi chiunque in pochi secondi, condividere immagini, pensieri e frammenti della nostra quotidianità con persone che si trovano dall’altra parte del mondo. Eppure, paradossalmente, non è mai stato così facile sentirsi invisibili.
 
Essere connessi, però, non significa necessariamente essere in relazione. Possiamo conoscere molte cose della vita di qualcuno senza averlo mai davvero incontrato. Possiamo reagire con un’icona, lasciare un commento, scorrere centinaia di volti in pochi minuti, senza fermarci abbastanza perché uno di essi ci interroghi.
L’empatia ha bisogno di tempo. Di soste. Di silenzio.
Ha bisogno della disponibilità a lasciarsi sorprendere dall’esistenza dell’altro, senza volerla subito interpretare.
Quando riconosciamo nell’altro una dignità che precede ogni differenza, smettiamo di considerarlo un estraneo.
Forse è proprio allora che intuiamo una verità semplice e, nello stesso tempo, profondissima: nessuna vita è davvero separata dalle altre. Ogni parola che pronunciamo, ogni gesto di cura o di indifferenza, ogni scelta lascia una traccia che continua oltre noi. Anche quando non ce ne accorgiamo, ci influenziamo reciprocamente.
 
Per molto tempo pensiamo di abitare finestre separate. Poi, poco alla volta, scopriamo che tutte quelle finestre si affacciano sullo stesso paesaggio. Nessuno vede tutto. Ognuno vede qualcosa che all’altro manca. Forse è anche per questo che abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Forse è proprio questa consapevolezza a renderci più umili.
Più attenti.
Più umani.
 
“L’empatia non eliminerà il dolore. Può però cambiare il modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
E qualche volta basta questo.
Basta uno sguardo che non giudica.
Una presenza che non pretende di capire tutto.
Qualcuno disposto semplicemente a rimanere accanto a noi, senza affrettarsi a dare un nome a ciò che stiamo vivendo.
In fondo, è questo che continuiamo a cercare gli uni negli altri.
Non qualcuno che ci spieghi.
Qualcuno che ci veda.
L’empatia non comincia dal cuore.
Comincia dallo sguardo.
È il cuore che cambia dopo aver imparato a vedere.

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