Chi è la madre, se non un mistero, qualcosa di quasi ineffabile nella sua autenticità?
Possiamo ricamarci sopra, parlando del suo sacrificio nel consegnare la vita ad altri individui.
Possiamo parlare di nutrimento e di cura, ma la madre non è soltanto questo.
Scegli tu, caro lettore, se vedere in queste parole un archetipo oppure una persona reale, te stesso o tua madre.
Per quanto queste due visioni, l’archetipo e la madre biologica, siano state separate, questa volta voglio unirle, perché in una sola madre si manifestano tutte le sfaccettature dell’archetipo.
La madre dà la vita e nutre.
Ma che cosa nutre, e con che cosa nutre?
Con cosa ti ha nutrito tua madre?
Ci hai mai pensato?
Cosa sgorgava, metaforicamente, dai suoi seni?
Poi arriva un momento in cui quel nutrimento cambia.
Non si sa bene quando accada. Per alcuni succede molto presto, per altri molto più tardi. È quel momento in cui qualcosa ci dice che non possiamo più vivere soltanto di ciò che abbiamo ricevuto e dobbiamo cominciare a scoprire chi siamo.
Credo che avvenga lo stesso processo alchemico della gravidanza.
Il viaggio con nostra madre potrebbe seguire le stesse leggi: veniamo nutriti e accompagnati, forse anche non come avremmo voluto, ma chi può dire quale sia il nutrimento perfetto?
E poi arriviamo dall’altra parte, su quella riva a cui siamo destinati ad approdare, qualunque essa sia.
Questo non significa che saremo pronti ad approdare nel nuovo mondo, perché per tutti questo distacco potrebbe sembrare un tradimento o qualcosa che viene negato.
È il momento in cui, per la prima volta, ci sentiamo soli; è il momento in cui, nelle favole, la protagonista entra nel bosco oscuro.
Che cos’è, allora, la madre, se non un passaggio, un traghetto?
Mi piace questa immagine. Un traghetto non è una casa. Ti porta da una riva all’altra.
Se guardo mia madre come la traghettatrice, cambia ogni percezione: il giudizio ritira le sue ombre e smetto di nutrire quei famelici sensi di colpa.
Non significa che tutto ciò che ho ricevuto mi sia piaciuto, né che tutto ciò che ho vissuto debba essere trasformato in qualcosa di bello. Significa soltanto che posso smettere di chiedere a quella storia di essere diversa da quella che è stata.
Lavoro da tanti anni con le storie e ho sentito raccontare di madri di ogni tipo.
Io stessa ho raccontato la storia di mia madre, non così tanto, in realtà.
Ho parlato molto di mio padre, anche se era un mistero insondabile, un uomo invalicabile come la montagna più alta che si possa immaginare.
Eppure, mia madre rimane il segreto più grande della mia esistenza.
Non perché lei lo sia davvero: è una donna semplice, relegata nel suo mondo, che per lei rappresenta l’unica realtà possibile. Ma sento che lei è molto di più.
È proprio quel “molto di più” che mi incuriosisce: c’è qualcosa, oltre il personaggio che le nostre madri interpretano, che va al di là della nostra comprensione, del nostro giudizio, delle nostre frustrazioni e della rabbia che possiamo provare nei loro confronti.
La psicologia analitica descrive la Madre come un archetipo ambivalente: nutre e protegge, ma può anche trattenere e ferire. Sibylle Birkhäuser-Oeri parla della Madre Terribile e, insieme, della madre che guarisce e trasforma. Nelle fiabe, infatti, la madre è anche colei da cui bisogna separarsi.
Prova anche tu: chiediti soltanto com’è stato quel passaggio, quel viaggio, se sei ancora su quel traghetto o se sei approdato nel tuo mondo, libero da identificazioni e giudizi.
E osserva quel passaggio. Quel viaggio che ti ha portato da un mondo all’altro, disegnalo, raccontalo, scrivilo.
Forse, guardando quel passaggio, potrai finalmente vedere non soltanto da dove vieni, ma anche verso quale riva stai andando.