C’è una stanchezza che il sonno non cura.
È quella rigidità fissa delle spalle, quella contrazione del collo che sembra voler sostenere il peso di un soffitto invisibile pronto a crollare.
Quel senso di affanno e rincorso di qualcosa di irraggiungibile che ci fa stare col fiato corto e lo stomaco stretto.
Ce ne accorgiamo la mattina, davanti a quel caffè bevuto in piedi, mentre controlliamo il telefono con un senso di allerta costante e facciamo l’elenco di tutti i doveri della giornata da incastrare stile tetris, dimenticandoti di noi.
Non è impegno, è biologia: è il nostro sistema nervoso che cerca ancora, nel silenzio di una stanza o nel monitor di un computer, un segnale di “via libera”.
Scrivere “Nel Nome del Padre” con la P maiuscola oggi significa smettere di guardare l’album di famiglia e iniziare a guardare la struttura della prigione in cui siamo nati.
Il Padre non è solo l’uomo che ci ha generati; è la funzione del Confine, la legge che dovrebbe dirci dove finiamo noi e dove inizia il mondo.
Nelle nostre storie personali, questo confine è diventato spesso un’eredità pesante, o invisibile, o castrante.
Molti di noi camminino portando sulle spalle i fallimenti, i rimpianti o i debiti dei propri padri, come se fossimo monumenti viventi a una storia non nostra.
Questo “disordine” ci rende lenti, pesanti, incapaci di scattare verso il futuro perché siamo troppo impegnati a guardare indietro, cercando di salvare chi è venuto prima di noi.
Fuori dalle mura di casa, questa funzione malata prende il nome di Paternalismo.
È la Politica che ci tratta come eterni minorenni da rassicurare o punire, è un sistema che si nutre della nostra paura di sbagliare.
Ci hanno insegnato a essere “bravi figli” e “brave figlie”, a ubbidire a un ordine anche quando è ingiusto, pur di non affrontare il terrore di restare senza una guida.
Ma a forza di cercare un’autorità esterna che ci dica che “va bene così”, abbiamo smesso di ascoltare la nostra bussola interna.
Il sacro, quello di cui parlavano Jung e Hillman, ci ricorda però che il Padre è l’archetipo del Limite.
Senza un limite, noi diventiamo liquidi.
Se non abbiamo un confine interno ben piantato nel suolo, ci diluiamo nelle emergenze degli altri, nelle richieste di un capo, nelle pretese della società.
Senza la forza di un “No” che nasca dalle viscere, la nostra biologia si infiamma: il corpo urla attraverso il fiato corto quella sovranità che non abbiamo il coraggio di prenderci.
La verità nuda è che il Trono a capotavola della nostra anima è vuoto.
E deve restare tale.
Il senso di questo tempo non è trovare un altro padre, un’altra ideologia o un altro leader che occupi quel posto per dirci cosa fare.
Il senso è che ognuno diventi la propria Legge.
Occupare quel trono significa smettere di essere comparse nel copione di qualcun altro e diventare i Registi della propria esistenza.
Smettere di “funzionare” per servire un sistema che ci vuole automi, e iniziare finalmente a esistere, è l’unico atto di rivoluzione possibile.
Il Padre che cerchiamo non è fuori; è il rigore con cui, oggi stesso, decideremo di chiudere quello schermo o di tracciare una linea oltre la quale nessuno può passare.
Non siamo qui per chiedere il permesso.
Siamo qui per ricordare che la nostra vita è l’unica terra su cui abbiamo il dovere di regnare.