Numero sei: Il Senso

Il Senso non è una meta, è un’insurrezione

Il Senso non è una meta, è un’insurrezione

Siamo una generazione di maratoneti bendati, lanciati a folle velocità lungo un senso unico che non abbiamo tracciato noi. Ci hanno venduto l’idea che il “senso” sia un oggetto smarrito da ritrovare, un premio fedeltà da ritirare dopo aver timbrato abbastanza cartellini o una destinazione esotica indicata da un algoritmo sociale particolarmente ispirato. Spoiler: il senso non è una meta. È una condanna a morte se lo vivete come tale.

Guardatevi intorno: la segnaletica è ovunque. “Di qua per il successo”, “Di là per la realizzazione”, “Seguire la freccia per la felicità standardizzata”. Abbiamo trasformato l’esistenza in un’autostrada a tre corsie dove sorpassare è l’unico modo per sentirsi vivi. Ma la domanda che nessuno osa farsi, mentre schiaccia l’acceleratore, è chi abbia deciso dove porta questa strada. Il dramma non è perdersi; il vero dramma è trovarsi esattamente dove tutti si aspettano che tu sia, con in mano un trofeo di plastica, un sorriso da catalogo e il vuoto nello stomaco. Se la direzione è imposta, il movimento è solo una forma raffinata di schiavitù. Un senso unico che non ammette inversioni di marcia è, per definizione, un vicolo cieco.

Le convenzioni sociali sono il vero “rumore di fondo” che ci impedisce di sentire il segnale. Ci hanno convinti che il rispetto di certi riti di passaggio — il matrimonio perfetto, la casa da rivista, la scalata gerarchica in uffici che odorano di caffè stantio e disperazione — sia l’unica prova tangibile della nostra esistenza. Ma queste non sono scelte: sono sceneggiature scritte da altri che recitiamo per paura di un applauso mancato. Il cinismo qui è l’unico antibiotico efficace. Dobbiamo avere il coraggio di guardare queste cattedrali di apparenza e ammettere che sono vuote. Arriva sempre un momento, di solito alle tre del mattino o durante una riunione di cui non vi importa nulla, in cui il sistema va in crash. In quel momento, i “valori” che vi hanno venduto non quadrano più con la contabilità della vostra anima.

Ci hanno insegnato a considerare questo guasto come un fallimento personale. Ci guardiamo allo specchio e, istruiti da decenni di retorica della performance, ci chiediamo se siamo noi il problema. No. Il problema è che state cercando di calcolare il significato della vostra vita usando la calcolatrice di qualcun altro. State cercando di far stare un’essenza complessa dentro una riga di Excel. Il senso non si “trova” tra le pagine di un libro di self-help o sotto un aumento di stipendio che serve solo a comprare oggetti con cui dimenticare il tempo perso per pagarli. Il senso si fabbrica. È un lavoro sporco di demolizione che richiede di abbattere i pilastri di perbenismo che altri hanno eretto intorno ai vostri desideri.

Questo mese ci è stato chiesto di riflettere sul Senso. Bene, facciamolo seriamente: smettete di chiedere al mondo qual è il senso della vita. È una domanda da spettatori pigri. È il mondo che sta chiedendo a voi qual è il senso che intendete dargli. Se la strada su cui siete ha una segnaletica troppo chiara e rassicurante, probabilmente non è la vostra. Il significato comincia esattamente dove finisce il senso unico degli altri. Invertite la marcia, bucate le gomme della conformità, fate inversione a U proprio lì, davanti al pubblico sbigottito che aspetta il vostro passaggio. Perché l’unico vero peccato capitale non è non avere un senso, ma accettarne uno di seconda mano, comprato ai saldi del conformismo.

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