Quante energie sprecate nel cercare qualcosa che potrebbe non esistere.
Per anni mi sono interrogata sul senso che si dà agli eventi, alle esperienze e al dolore.
Forse volevo solo autorizzare il mio comportamento, le mie reazioni, le mie emozioni, come se tutto dovesse essere utile all’esistenza.
Sono diventata multitasking, mi occupo di più cose contemporaneamente, ho decine di finestre aperte, e questo mi fa sentire più efficiente, capace, autorizzata a respirare. Anche se non è vero.
E tu? Ti senti, a volte, come un computer con troppe finestre aperte?
Lavori cominciati e mai finiti, parole messe in pausa con la speranza di poterle dire un’altra volta.
E le finestre rimangono in attesa, si trasformano in pensieri, elucubrazioni, ossessioni.
Ogni finestra che apro, quando potrei ultimare e chiudere quella precedente, racconta una fuga: sto semplicemente scappando.
Quanta responsabilità si dà alla mente, la incolpiamo di tutti i nostri spropositi, quando in realtà è solo un meccanismo che ha bisogno di chiudere questi file, questi lavori lasciati aperti e inconclusi, è il suo modo di funzionare…
Il chiacchiericcio costante sono tutti quei discorsi iniziati e mai finiti, sono quelle azioni bloccate e messe dentro un fermo immagine, sono quel gesto, quella iniziativa, quel “no” e quel “sì”, rimandati a domani. Un domani che non sembra arrivare mai.
Per non parlare dei cambiamenti che sappiamo di dover fare ma che lasciamo in attesa.
Ed ecco che si va alla ricerca di un senso, come se trovare una motivazione valida a quell’esperienza inconclusa — causa di rabbia e dolore — potesse alleviare il senso di colpa verso me stessa per non essermi presa cura del mio cuore in tempo, quando avrei potuto farlo senza farmi male.
Vorrei portare a termine tutte le azioni interrotte, dire tutte le parole che non ho detto, dire quel “no” e farmi sentire come un boato che risuona fin nel centro della Terra, e vorrei dire quel “sì”, piano, con dolcezza, col cuore che batte forte e le labbra che tremano, ma dirlo, senza più paura di sbagliare.
Vorrei chiudere tutte quelle finestre aperte e riposare nella certezza di aver portato a termine il necessario, ciò che è di mia competenza. Sono sicura che non serva un senso per sentirmi autorizzata ad esistere, ma solo quella pace che arriva quando so di aver portato a compimento un’azione, un’esperienza, una frase, nella consapevolezza che nessuna vecchia voce mi seguirà quando l’alba del nuovo giorno entrerà dalla mia finestra.