Prima della parola c’è il ritmo.
Prima ancora di sapere cosa sia un suono, prima di poter distinguere una voce, una melodia, un rumore, siamo immersi in una pulsazione. Un battito che non è il nostro, ma che per un certo tempo è anche il nostro. Il cuore della madre.
Forse la nostra prima esperienza musicale non è una canzone. È questo: un ritmo regolare, ostinato, necessario. Un suono che non ascoltiamo con le orecchie, ma con tutto il corpo. Il sangue che scorre, il respiro, i movimenti dell’organismo che ci contiene. Un intero paesaggio sonoro al quale non abbiamo ancora dato un nome.
Forse è proprio da lì che comincia qualcosa. Non soltanto la vita, ma anche il nostro rapporto con il suono.
In principio, dunque, la madre.
Non necessariamente la madre come persona, o almeno non soltanto. La madre come origine, come luogo dal quale veniamo e dal quale, prima o poi, dobbiamo anche separarci. La madre come prima forma di protezione e, qualche volta, come prima forma di limite. Come presenza concreta, memoria, assenza. Come corpo. Come voce. Come terra.
Non è un caso che la parola “mother” ritorni con tanta insistenza nella musica.
In Mother, i Pink Floyd costruiscono una figura materna che protegge il figlio dal mondo, ma nello stesso gesto finisce per costruirgli intorno una prigione. «Mother should I trust the government?» chiede il figlio. E la risposta della madre non è soltanto una rassicurazione: è l’idea di un mondo che può essere affrontato soltanto attraverso la protezione di qualcun altro. La madre diventa così anche il confine, qualcosa che ci tiene al sicuro e, contemporaneamente, qualcosa da cui dobbiamo riuscire a uscire.
John Lennon, nella sua Mother, percorre una strada completamente diversa. Qui non c’è la madre onnipresente che protegge fino a soffocare, ma quella perduta. La parola “mother” viene ripetuta come se potesse ancora raggiungere qualcuno che non c’è più. E insieme alla madre compare il padre, compare l’abbandono, compare il bambino che continua a esistere dentro l’adulto.
La stessa parola può dunque contenere esperienze opposte: protezione e perdita, presenza e assenza, amore e conflitto.
C’è poi quel grido quasi mostruoso dei Genesis: Mama. La voce di Phil Collins trasforma una parola infantile in qualcosa di inquietante. Non sappiamo più se quel “mama” sia una richiesta d’aiuto, un desiderio, una dipendenza o una forma di ossessione. La madre non è più necessariamente il luogo rassicurante dal quale proveniamo: può diventare qualcosa che ci attira proprio perché non riusciamo a liberarcene.
In Mother, Glenn Danzig affronta invece un altro aspetto del rapporto fra madre e figlio: la protezione che diventa controllo. Il brano, scritto negli anni della polemica sulla censura della musica e sul ruolo del Parents Music Resource Center, è rivolto idealmente al genitore che vorrebbe tenere i propri figli lontani da ciò che considera pericoloso o sconveniente. Ma il mondo, suggerisce Danzig, non può essere tenuto fuori per sempre. Prima o poi bisogna aprire quella porta, vedere cosa c’è dall’altra parte e confrontarsi con ciò che la protezione familiare aveva cercato di nascondere.
Se nei Pink Floyd la madre costruisce una protezione che finisce per diventare una prigione, in Danzig quella prigione viene guardata dall’esterno: è il figlio, o chi parla per lui, a voler spezzare il recinto. La madre diventa così anche l’autorità che stabilisce cosa può essere visto, ascoltato e conosciuto.
Il tema della separazione assume un’altra forma. Crescere significa anche smettere di accettare che qualcun altro stabilisca interamente i confini del nostro mondo. Ma separarsi non significa necessariamente cancellare ciò che abbiamo ricevuto. Anzi, a volte è proprio prendendo le distanze da un’origine che ci accorgiamo di quanto quella stessa origine continui ad agire dentro di noi.
È forse questo il passaggio che porta dai Danzig ai CCCP.
Nel 1989, nell’album Canzoni, preghiere, danze del II millennio – Sezione Europa, compare Madre, una preghiera esplicitamente rivolta alla Vergine Maria. «Madre di Dio e dei suoi figli, madre dei padri e delle madri»: poche parole, quasi una litania, cantate dalla voce di Giovanni Lindo Ferretti sopra una musica lontanissima dall’immaginario abituale del punk italiano. Il brano spiazzò persino la Virgin, preoccupata che una canzone del genere potesse alienare il pubblico della band. Ferretti raccontò che quella melodia gli era comparsa quasi spontaneamente durante un viaggio e che solo in seguito aveva riconosciuto, nei propri ricordi d’infanzia, la struttura delle litanie mariane che aveva ascoltato da bambino.
E’ proprio questo il punto che ci interessa. Madre non parla soltanto di una madre: parla di qualcosa che precede l’individuo e che continua ad agire dentro di lui anche quando crede di essersene allontanato. La memoria non si presenta necessariamente come un ricordo cosciente; può tornare sotto forma di una melodia, di una parola, di un gesto. La madre, in questo senso, diventa anche il luogo della trasmissione: ciò che abbiamo ricevuto prima ancora di essere in grado di scegliere se accettarlo o rifiutarlo.
È significativo che Ferretti abbia ritrovato quella preghiera proprio attraverso la musica. Prima ancora di ricordare le parole, ricordava il ritmo. E ancora una volta torniamo lì: al suono come forma primaria della memoria: basta una parola così semplice per aprire una voragine.
Madre.
Perché dietro quella parola non c’è una sola figura. C’è la madre reale, quella che abbiamo avuto o che non abbiamo avuto. C’è quella che abbiamo idealizzato, quella contro cui ci siamo ribellati, quella che abbiamo perdonato o che forse non abbiamo mai perdonato. C’è la madre che continua a vivere nelle nostre abitudini, nelle nostre paure, nel modo in cui amiamo, nel modo in cui reagiamo al mondo.
Qui il concetto di madre può cominciare a separarsi da quello di maternità biologica.
È un tema che torna con forza anche in One Piece, il manga di Eiichirō Oda che dal 1997 ha costruito una delle narrazioni più vaste e longeve della cultura popolare contemporanea, arrivando nel 2026 a superare i seicento milioni di copie distribuite nel mondo. In quella storia la famiglia è molto raramente una semplice questione di sangue. Molti personaggi hanno perso i genitori, non li hanno mai conosciuti o sono cresciuti lontano da loro, ma quasi sempre qualcun altro finisce per occupare quello spazio: Bell-mère per Nami e Nojiko, Dadan per Luffy e Ace, oppure figure come nonne, sorelle, zie e persone incontrate lungo il cammino. Sono legami che non derivano necessariamente dalla nascita, ma dalla cura, dalla presenza e da ciò che viene trasmesso.
È significativo che proprio in One Piece uno dei concetti centrali sia quello della volontà ereditata. Non si trasmettono soltanto geni e caratteristiche fisiche: possono passare da una persona all’altra un desiderio, un ideale, una promessa, una maniera di guardare il mondo. La morte di chi ha generato quella volontà non ne determina necessariamente la fine. La trasmissione continua attraverso qualcun altro.
Qui ritorna il suono.
Nel momento in cui Luffy sembra sconfitto definitivamente, il suo cuore ricomincia a battere e quel battito assume la forma di un ritmo di tamburi, i cosiddetti “Drums of Liberation”, i tamburi della liberazione. È uno dei passaggi più significativi dell’opera: il battito che annuncia il ritorno di Luffy non è più soltanto un segno biologico di vita, ma diventa musica, ritmo, riconoscimento. Zunesha lo ascolta e riconosce in quel suono il ritorno di Joy Boy.
È difficile non vedere, a questo punto, un curioso ritorno all’inizio.
Il primo battito che conosciamo è quello della madre. È un ritmo che ci precede, che non abbiamo scelto e che per un certo periodo coincide con la nostra stessa esistenza. Quello di Luffy è invece un battito conquistato, che diventa il segnale della propria libertà. Tra i due c’è tutta la distanza che separa l’essere generati dal diventare ciò che si è.
Forse è anche per questo che la maternità può essere pensata oltre la biologia. Qualcuno ci genera, ma qualcun altro può crescerci, proteggerci, insegnarci, lasciarci qualcosa. La famiglia può essere un fatto genetico, ma può anche essere una costruzione fatta di presenze e di assenze, di persone che raccolgono una volontà e la portano avanti.
Da qui il discorso può allargarsi ancora, fino alla madre come origine in senso più ampio.
La madre è la prima forma di trasmissione che conosciamo, ma non è detto che sia l’unica, né che sia necessariamente quella biologica. Prima di noi ci sono altre vite, altre paure, altri desideri, altre fughe. Ci sono parole che abbiamo imparato prima ancora di comprenderle e comportamenti che forse abbiamo ereditato senza sapere da chi. Il transgenerazionale può essere letto anche così: come qualcosa che attraversa le generazioni senza avere necessariamente bisogno di essere dichiarato.
Una parte di questa trasmissione passa attraverso il suono. Le canzoni ascoltate da bambini, la voce con cui nostra madre pronunciava il nostro nome, una ninna nanna, il rumore dei passi nel corridoio, una porta che si chiude, il silenzio dopo una discussione. Sono tutti elementi capaci di rimanere nella memoria molto più a lungo delle parole che li accompagnavano.
Perché la memoria non è soltanto visiva. È anche sonora. E il suono ha una caratteristica particolare: non ha bisogno di essere compreso per essere ricordato.
Forse è per questo che la musica ha un rapporto così particolare con la madre. Non perché esistano tante canzoni dedicate alle madri, ma perché la musica stessa ha qualcosa di originario. Vive di ritmo, di ripetizione, di attesa e di ritorno.
Come un battito.
Allora la madre si allarga ancora e diventa la Terra.
La metafora della Madre Terra è antica e quasi inevitabile: qualcosa ci genera, ci nutre, ci contiene e infine ci riprende. La terra è madre perché viene prima di noi e continuerà ad esistere dopo di noi. Ma anche qui l’immagine della madre non è necessariamente rassicurante. La stessa terra che nutre può franare, il mare può sommergere, un bosco può bruciare, un vulcano può distruggere.
La madre può generare e divorare.
È dunque questa la parte più antica dell’archetipo materno: non la madre buona, ma la Grande Madre, capace di contenere gli opposti. Grembo e tomba, nutrimento e distruzione, protezione e paura.
È un’immagine che il cinema ha portato all’estremo in mother! di Darren Aronofsky, con Jennifer Lawrence. La protagonista vive in una casa che dovrebbe essere il luogo della creazione e della protezione, ma l’arrivo progressivo di estranei la trasforma in uno spazio sempre più caotico e violento. Il film costruisce una complessa allegoria biblica ed ecologica, nella quale la donna può essere letta come Madre Natura: genera, accoglie e nutre, ma assiste impotente alla distruzione di ciò che ha contribuito a creare.
Anche qui il suono ha un ruolo particolare. Aronofsky rinuncia quasi completamente alla musica e lascia che siano i rumori della casa, i colpi, le voci e i battiti a costruire la tensione. Il cuore torna così a essere un elemento sonoro prima ancora che musicale: qualcosa che segnala la vita, la paura e, alla fine, la sua stessa fragilità.
A questo punto il suono ritorna ancora una volta.
Il vento, l’acqua, gli animali, il tuono, la pioggia, il ghiaccio che si rompe, il terreno sotto i piedi. Prima ancora di costruire strumenti musicali abbiamo ascoltato il mondo. Poi abbiamo cominciato a imitarlo e, molto più tardi, abbiamo costruito strumenti capaci di trasformare quei suoni in qualcos’altro.
Anche la musica elettronica può essere letta, almeno in parte, come un tentativo di costruire nuovi ambienti sonori: non soltanto melodie da ascoltare, ma spazi dentro cui entrare, fatti di frequenze, droni, pulsazioni e rumori.
Alla fine, forse, torniamo semplicemente al corpo.
Al primo paesaggio sonoro che abbiamo abitato, al ritmo che esisteva prima di noi e che non abbiamo scelto. Non sappiamo se quel battito sia davvero rimasto nella nostra memoria, ma sappiamo che la nostra storia comincia lì: da qualcosa che ci precede e che, in qualche modo, ci viene trasmesso.
In principio, la madre.
Poi comincia la nostra parte.