C’è un silenzio strano che avvolge il maschile, un pudore antico che spesso ci impedisce di pronunciare la parola “Padre” con tutta la forza e la fragilità che si porta dietro. Eppure, se scaviamo dentro ognuno di noi, lì dove si formano le nostre certezze o dove bruciano le nostre ferite più profonde, troviamo la sua impronta. Un’impronta pesante, indelebile, che definisce i contorni di chi siamo e di chi fatichiamo a diventare.
Essere padre è forse il ruolo più ingombrante della terra. Ci sono padri che proiettano sui figli aspettative altissime, montagne insormontabili di sogni non realizzati che diventano gabbie d’oro. Figure colossali che ricordano i grandi archetipi divini: il Padre di Lucifero, un Dio talmente assoluto da spingere il figlio più luminoso alla ribellione eterna pur di trovare un proprio spazio; o il Padre di Gesù Cristo, che chiede un sacrificio immenso per compiere un disegno d’amore universale. Di fronte a queste vette, come si può non sentirsi schiacciati?
Eppure, il dolore più sordo non viene sempre dai giganti, ma dai fantasmi.
Ci sono i padri presenti fisicamente, ma assenti nell’anima: corpi che occupano una sedia a tavola, ma lo sguardo è altrove, incapaci di un abbraccio o di un “sono fiero di te”. Ci sono padri “part-time”, confinati nei fine settimana alternati, che cercano di compensare la distanza con una complicità forzata. Ci sono i padri moderni, quelli che vogliono fare troppo gli “amici”, che rifiutano di invecchiare e di assumersi la responsabilità del limite, lasciando i figli orfani di una guida e saturi di un’immaturità speculare. E poi ci sono i padri andati via troppo presto, morti prematuramente, che lasciano un vuoto immenso, un’assenza che si trasforma in una presenza costante, idealizzata e dolorosa.
Di fronte a queste assenze e a queste pretese, nasce nei figli un’esigenza disperata di libertà, una ricerca febbrile di identità e di affetto. E quando questa ricerca non trova un porto sicuro, il vuoto inizia a gridare. È allora che ci si perde nei vizi: l’alcol che anestetizza, la droga che riempie i silenzi, il gioco d’azzardo che simula una sfida contro il destino. O ancora, quel bisogno d’amore che si traduce in relazioni tossiche, amori sbagliati. Pensiamo a quante figlie trascorrono la vita a cercare nei propri partner quel padre che hanno avuto troppo ingombrante o che, tragicamente, non hanno mai avuto, replicando all’infinito la dinamica del rifiuto e dell’abbandono.
Questa lacerazione interiore è raccontata magnificamente da Cesare Cremonini in uno dei suoi brani più intimi, “PadreMadre”. Nelle sue parole c’è tutta la distanza fisica e al contempo la vicinanza emotiva che proviamo quando cerchiamo di salvarci da soli:
“Padre, occhi gialli e stanchi / nelle sopracciglia il suo dolore da raccontarmi…”
“Padre, occhi gialli e stanchi cerca ancora coi tuoi proverbi a illuminarmi…”
“Madre, butta i panni e prova ancora , se ne hai voglia a coccolarmi
perchè mi manchi
e se son stato cosi lontano è stato solo per salvarmi…”
Andarsene per salvarsi e a volte rivolgersi alla madre perché ci manca quell’abbraccio , andare lontano per non farsi schiacciare dal peso del confronto. Ma poi, inevitabilmente, si torna a casa. Ed è qui che l’arte ci viene incontro con la sua forza terapeutica.
Nel capolavoro di Rembrandt, “Il ritorno del figliol prodigo”, osserviamo il momento esatto in cui il dolore si placa. Il figlio, consumato dai vizi e dalla vita, si inginocchia davanti al padre. Se guardiamo da vicino le mani del vecchio che stringono le spalle del giovane, notiamo un dettaglio straordinario: una mano è maschile, forte, nodosa, stringe con fermezza; l’altra è femminile, dolce, liscia, accoglie con tenerezza. Lì dentro c’è il segreto della paternità: la capacità di porre regole e, contemporaneamente, di offrire una misericordia sconfinata, ed in fondo la simbologia ci dice che le mani rappresentano il padre, quando diamo la nostra mano o mettiamo la nostra vita nelle mani di qualcuno ci affidiamo a volte è solo “ Affidandoci “ in inglese si dice “Surrender “ termine che amo in modo particolare , perché soltanto affidandoci ad una forza superiore, al nostro intuito , forse anche alla nostra parte irrazionale (a volte) riesci a vedere il progetto superiore , e riesci poco a poco a comporre il puzzle che è la vita di ognuno di noi.
Puoi ascoltare e farti cullare dal brano di Cesare Cremonini: PadreMadre.
Ma qual è la vera meta di questo viaggio?
La svolta avviene quando capiamo che non possiamo rimanere figli per sempre, in attesa di un perdono o di un’approvazione che forse non arriveranno mai. Diventa necessario compiere il passo più difficile e nobile: diventare padri di se stessi.
Significa perdonare i loro errori, accettare i loro limiti e iniziare a darsi da soli quelle certezze che ci sono mancate. Nel farlo, molti scoprono che per essere padri non serve necessariamente generare biologicamente dei figli. Si è padri ogni volta che si offre sostegno, ogni volta che si diventa un esempio di dignità, ogni volta che si guida qualcuno fuori dal proprio labirinto con amore e fermezza.
Essere padre, alla fine, significa accettare la propria umanità. Smettere di essere eroi o carnefici, e accettare di essere, semplicemente, uomini.
A mio Padre, che prima di essere Padre è uomo.