Numero sei: Il Senso

Il gioco dell’oca

Il gioco dell’oca

C’è un giorno preciso in cui ho saputo cosa fosse il senso: non l’ho pensato, l’ho sentito.

Me lo hanno appoggiato addosso, caldo e nuovo, e per un istante tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento si è allineato.

Tutto ha senso. Quello che è stato, quello che sono, quello per cui combatterò.

Un pensiero istintivo, subitaneo, animalesco. Non di testa, ma di pancia e di pelle.

Quel giorno lì lo ricordo nei dettagli: la luce, il peso, l’odore.

Momenti così, in una vita, ne abbiamo pochi e ce li ricordiamo tutti.

C’è chi lo ha sentito il giorno in cui ha firmato un contratto per un lavoro desiderato da anni, chi la prima volta che ha aperto la porta di casa sua.

Chi quando ha detto sì a qualcuno guardandolo negli occhi, chi il giorno in cui ha capito, finalmente, cosa voleva fare della propria vita.

Sono istanti in cui il senso non è una domanda: è una risposta che arriva prima della domanda, un momento di sospensione prima che la vita riprenda.

Quel giorno avevo trentaquattro anni. Oggi ne ho quarantotto, e quel neonato è diventato un ragazzo che mi chiede l’orario del rientro e dimentica ogni cosa in qualunque posto.

In mezzo, quattordici anni di casella dopo casella — alcune quiete, altre a cui non ero preparata.

E adesso, proprio adesso, un altro inizio: una professione nuova che sto costruendo piano piano, senza la spavalderia dei vent’anni ma con qualcosa di più solido sotto i piedi.

Due inizi, a distanza di quattordici anni: entrambi scelti, entrambi con la loro porzione di “tutto ha senso”.

Eppure, proprio qui, con un figlio quasi ragazzo e un progetto nuovo tra le mani, mi ritrovo a perdere di vista lo scopo del gioco.

Lo scopo dell’essere mamma, del giocare, delle coccole, del fare cose insieme. Lo scopo del costruire qualcosa di mio, dell’intestardirmi su un’idea, del crederci.

Tutto, a tratti, è sepolto sotto il dentista, gli sport, la scuola, gli asciugamani zuppi da tirare su da terra, i calzini da cercare in mezzo al piumino, il pigiama scomparso che ricompare quando si spostano i mobili per pulire.

Sotto quel progetto che pensavi sarebbe stato vincente e invece no, sotto un’opportunità che si trasforma in apparente sconfitta, sotto le scadenze, le aspettative deluse.

Il senso non sparisce: si seppellisce.

E mentre scrivo di tutto questo, mi è tornato in mente il gioco dell’oca.

Ha uno scopo dichiarato: arrivare al centro, al giardino dell’oca, prima degli altri.

Eppure: se guardi i bambini che ci giocano, scopri una cosa curiosa…non giocano per vincere.

Giocano per tirare il dado, per muovere la pedina, per ridere quando ti capita la casella sbagliata, per aspettare il turno dell’altro.

Lo scopo del gioco è il pretesto. Il gioco è il gioco.

Nella vita adulta ci dimentichiamo questa distinzione. Confondiamo lo scopo dichiarato – crescere bene i figli, fare carriera, mantenere in piedi la coppia, portare a termine il progetto – con il gioco vero, che è un’altra cosa: stare dentro quell’esperienza con qualcuno, sentirne il peso e la pienezza, tirare il dado sapendo che potrebbe andare in mille modi.

E quando perdiamo di vista questa differenza, ogni casella diventa un compito: sappiamo qual è il nostro “lavoro” ma perdiamo di vista lo scopo.

E quindi, quando arriva la casella torna al via, si va in crisi.

Una discussione stupida che manda all’aria una settimana di equilibrio, un progetto che si blocca quando pensavi di essere quasi arrivata.

Un giorno in cui ti svegli e ti chiedi se tutto quello che hai costruito finora valga davvero qualcosa.

Ti senti come quando, da bambina, pescavi la casella peggiore del tabellone e dovevi rifare tutto il percorso ma con il peso dei lustri tra i capelli.

Ma nel gioco dell’oca torna al via non è perdere: è ricominciare a tirare il dado.

È ricordarti che c’è un tabellone, un dado in mano, qualcuno seduto dall’altra parte del tavolo che aspetta il suo turno.

Tornare al via, per un adulto, rappresenta il momento in cui ci si ricorda perché si stava giocando.

Lo scopo del gioco — quello vero — non sta in nessuna casella specifica: non sta nel dentista, nella pagella o nel pigiama ritrovato.

Non sta nella mail inviata alle 23, nel bonifico pagato in tempo, nel progetto che doveva andare bene e non è andato.

Sta nel fatto che stai giocando la stessa partita di qualcun altro e che qualcun altro la sta giocando con te.

Il senso di scopo, a un certo punto della vita, smette di essere verticale – scalare, raggiungere, dimostrare – e diventa orizzontale: connettere, contribuire, appartenere.

Smette di essere cosa ottengo e diventa con chi sto, per cosa sto qui, cosa lascio.

Non è una perdita. È una trasformazione. Solo che arriva così silenziosa che spesso non la riconosciamo, e continuiamo a giocare con le regole vecchie su un tabellone nuovo.

Il senso non torna pensandoci. Torna sentendolo.

Torna quando per un attimo ti fermi: quando tuo figlio ti abbraccia senza motivo, quando ridi con qualcuno e non sai nemmeno di cosa, quando guardi la persona che ami dormire e per un secondo tutto il rumore si spegne.

Torna quando finisci un lavoro fatto bene e lo sai prima ancora che qualcuno te lo dica, quando cammini in un posto che ami e il corpo vibra insieme al contorno.

In quegli istanti, brevi, quieti, senza annunci, ritrovi quel pensiero animalesco di tanti anni fa.

Non così intenso, non così assoluto, ma della stessa famiglia.

Tutto ha senso. Non perché tutto sia risolto ma perché, per un attimo, sei tornata a vedere il tabellone intero.

Lo scopo del gioco non si perde. Si ricorda.

Una casella alla volta.

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