In principio era il Verbo…
siamo sicuri che fosse maschile?
In principio, un suono.
Quel suono primigenio nella notte di ogni tempo, quel suono nel silenzio di ogni pre-
come fuori, così dentro, un ventre primordiale. Aleph.
In principio, m/Madre.
Si può, senza?
Direi proprio di no.
Eppure, lei appartiene ad un pre- di ognuno di noi.
Eri già nel ventre di tua nonna: la cellula uovo da cui sei nata si è formata in tua madre quando lei era un feto dentro sua madre; e tra madre e figli le cellule passano, in un interscambio bidirezionale. Entanglement come dentro così fuori; così intorno: la prima nostra vita germogliante dall’acqua e dai microrganismi.
Lei, madre terra, lei ‘la madre’, lei ‘mamma’.
Sia che non la si conosca, sia che la si odi, sia che la si ami visceralmente.
Da lei veniamo, a ‘lei’ torneremo, su di lei muoviamo i nostri passi, i primi, i durante, gli ultimi.
Come grande ventre, utero, contenitore; amato, separato, includente e inglobante.
Credo che tutta la nostra vita sia un grande, laborioso, incessante e tortuoso processo di separazione.
Amo immaginare madre terra che tutti ci avvolge, pulsante, sostenere ogni nostro passo goffo, potente e grande, accogliere le nostre emozioni, comunicare con noi, sentire ogni nostro gemito e rispondere, cellula dopo cellula; come ogni madre con la propria prole, di cui condivide per sempre grappoli cellulari.
A lei ci rivolgiamo molto spesso morenti, a lei rivolgiamo ogni nostro sguardo primigenio appena nati, senza di lei non potremmo venire alla vita.
Che sia stato un ventre accogliente o espulsivo, nel corso della nostra vita, trascorriamo gran parte del nostro tempo a differenziarci, a districare la matassa che a lei ci lega.
Matassa dopo matassa, madre dopo madre, per diventare a nostra volta individui, indivisi e distinti.
Eppure tu madre hai da scendere dal piedistallo, tu che mi puoi divorare e riprenderti la mia linfa.
Tu che puoi tenermi tanto stretta a te da farmi soffocare, senza che neppure io me ne renda conto.
Tu che puoi stringermi alla tua morsa fagocitante e ribaltare la mia vita; tu che puoi cucirmi addosso una pelle non mia.
Madri regine, talmente onnipresenti da infilarsi in ogni interstizio; madri che tramandano copioni, ignare o accanite guerriere, madri vittime…
Alzi la mano chi non si è mai sentito in colpa verso la propria madre, perché non era come lei avrebbe voluto che fosse; o perché non l’amava abbastanza; o non dedicava tutta la sua vita ad occuparsi di lei…
Cuciti addosso abiti troppo stretti, larghi, fuori misura e taglia, addobbate come vecchie signore, redarguiti come fantocci…
Uccidere la madre, forse?
Per tornare poi a disseppellirla quando vecchi le chiederemo una mano tesa e stretta per essere guidati dall’altra parte?
Terra fredda o humus morbido e accogliente?
Girarsi di spalle e via per la propria nuova strada?
Dicono che più passano gli anni, più tendiamo ad assomigliare alle nostre madri.
Ad un’ottava più alta, forse.