Numero sei: Il Senso

Con le mani sul volante

Con le mani sul volante

Il senso arrivò un martedì mattina presto. Ma lei non se ne accorse subito.

Era seduta in macchina, parcheggiata sotto casa, con il motore spento e le mani ancora sul volante. Il mondo fuori si muoveva come sempre: veloce. Gente che andava da qualche parte, qualcuno correva, chi parlava al telefono con quell’aria d’urgenza così importante.

Lei invece era ferma. Non c’era un perché preciso. Era più un sentore che quell’ingranaggio che faceva girare la sua vita si era inceppato.

Negli ultimi mesi aveva fatto tutto per bene, come sempre. Ordine, metodo, pulizia, giornate riempite così bene da non lasciare spazio a troppe domande. Aveva escluso da tempo le domande a sé stessa. Aveva anche imparato a sorridere nei momenti giusti e a dire le cose che gli altri volevano sentire.

Eppure quella mattina, con le mani sul volante, mentre guardava il riflesso del suo viso nello specchietto retrovisore, le sembrò di vedere qualcuno che stava vivendo la vita di qualcun altro.

Scese dall’auto senza pensarci troppo, e invece di entrare in casa s’incamminò verso una strada che non prendeva mai. Non c’era un motivo, ed è proprio questo che la solleticò. O almeno in quel momento non c’era un motivo che potesse spiegare con la logica di sempre. Una sensazione nuova per lei, che era stata da sempre agganciata alle date, alle priorità, sempre degli altri prima di tutto e soprattutto, naturalmente.

La strada portava fuori dal paese, tra campi, che in quel periodo dell’anno erano un misto di terra scura e fili verdi appena nati. Camminava piano lasciando che i pensieri arrivassero e se ne andassero come faceva il vento con le foglie secche.

Si sedette su una pietra ai margini del campo e rimase lì, senza telefono, senza musica, senza niente che riempisse quel vuoto. In quel momento si accorse che aveva lasciato la borsa nell’auto. E se qualcuno mi cerca? E se mi succede qualcosa non posso avvertire nessuno. Era smarrita, non spaventata, come togliersi un vestito che aveva indossato troppo a lungo.

Le venne in mente una domanda che non si faceva da anni: ma io cosa voglio davvero?

In effetti non aveva una risposta pronta. Voglio essere felice era troppo generico. Cosa voglio davvero? Perché la sua vita era perfetta e felice. Ma allora come mai quella domanda? Perché quella sensazione di vuoto che sembrava non avere senso?

Seduta sulla pietra al margine del campo cominciarono ad affiorare pezzi di sé che aveva lasciato indietro. Il desiderio di fare qualcosa che non avesse subito un’utilità chiara. La voglia di dire no senza dover giustificare tutto. Il bisogno di sentire con la pancia e col cuore e per tutto il tempo necessario senza correre subito a sistemare ogni emozione.

Si accorse che per anni aveva scambiato il funzionare in un certo modo con l’avere senso.

E invece erano due cose diverse.

Funzionare è far girare il volano come gli altri si aspettano, è tenere in piedi ogni situazione, evitare gli scossoni e gestire ogni particolare. Quanto era brava in questo! Ma non c’era lei dentro a quel movimento. Dirigeva, organizzava, spuntava, e questo non aveva niente a che fare col senso.

Con quel senso che è dentro a ogni movimento, insieme a te, interprete del tuo copione, presenza vivace e non solo spettatrice.

Oh, Cielo! Si era sollevato il velo dell’inganno e non poteva più edulcorare la pillola.

Quel giorno non prese decisioni drastiche. S’incamminò verso casa, prese la borsa dalla macchina, preparò il pranzo, rispose a qualche messaggio. Tutto pareva come doveva essere da sempre. Ma dentro, in quell’abisso inesplorato, qualcosa si era mosso.

Nei giorni successivi cominciò a fare piccole cose diverse. Si concedeva qualche minuto in più prima di dire sì. Ascoltava quel leggero fastidio che prima ignorava. Si fermava quando sentiva che stava andando avanti solo per abitudine. E ogni volta che faceva una scelta anche minima, sentiva una specie di non sapeva ancora bene cosa, ma le strappava un sorriso.

Era come se i pezzi perduti nell’abisso tornassero lentamente al loro posto.

Non era sempre facile, certo. Eppure aveva capito che era sempre possibile. A volte quella nuova onestà la metteva in difficoltà. Dire di no a qualcuno significava affrontare reazioni, deludere aspettative, piccoli conflitti. E in quei momenti la tentazione di tornare indietro era forte. Sarebbe stato più semplice.

Ma c’era una differenza che non poteva più ignorare: quando sceglieva secondo quello che sentiva vero per lei, anche lo sforzo aveva un altro sapore. Non era più quella stanchezza che ti svuota senza lasciarti niente. Era uno sforzo pieno di vita!

Un pomeriggio di qualche settimana dopo si ritrovò di nuovo in auto ferma nel posteggio di fronte a casa. Non scese subito. Guardò i suoi occhi nello specchietto retrovisore. Era sempre lei, ma gli occhi brillavano di una luce che la fece sentire affascinante.

In quell’attimo capì che il senso non era qualcosa da cercare là fuori nel mondo, come un oggetto smarrito lungo la strada.

Il senso era nel modo in cui sceglieva di stare dentro la sua vita. Ogni giorno. Un passo alla volta.

Sorrise e gli occhi si illuminarono ancor di più. Spense la macchina e scese.

Questa volta, senza esitazione.

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