Numero undici: In principio, la madre

Ciò che non si rispecchia, si ripete

Ciò che non si rispecchia, si ripete

C’è un momento, prima di ogni parola, in cui impariamo a esistere guardando un volto. Lo psicoanalista Donald Winnicott lo ha descritto con precisione chirurgica: il bambino, guardando la madre, non vede lei; vede se stesso. Se quel volto restituisce un rispecchiamento accurato — non un vuoto, paure o aspettative proiettate — il bambino impara gradualmente a riconoscersi. Se non lo fa, resta un’assenza da colmare, a cui dovrà provvedere nel corso della vita per radicarsi in una postura adulta.

Questa è la prima grammatica. Prima del linguaggio verbale, prima di qualunque struttura simbolica consapevole, c’è uno sguardo che ci dice se possiamo esistere. La madre. Tutto quello che segue — l’archetipo, l’eredità, il sistema — non è altro che questa stessa grammatica che si espande: dal corpo alla psiche, dalla famiglia alla cultura.

C. G. Jung distingueva la madre biografica dalla Madre come archetipo. La prima è la madre reale, storica e irripetibile; la seconda è una configurazione simbolica transpersonale, di cui la madre personale è il primo e più decisivo portatore. Un simbolo, quindi, una funzione psichica che nutre e contiene, ma che può anche soffocare. La Madre archetipica è intrinsecamente ambivalente: la sua luce è nutrimento e crescita; la sua ombra è il trattenere ciò che dovrebbe emanciparsi, annientando l’autonomia.

Accanto a questa funzione ce n’è un’altra, complementare e interconnessa: l’energia del Padre archetipico, la funzione del “no” che delimita e definisce. Il Padre non è soltanto autorità o divieto: è la funzione che introduce nel mondo. Dice, simbolicamente: esistono regole, esiste un altro, esiste un fuori. Se la Madre contiene, il Padre orienta; se la Madre protegge, il Padre separa. Ma quando il limite diventa rigidità, la separazione diventa abbandono.

Le due funzioni creano un individuo armonico quando impara a integrarle entrambe, tanto nei loro lati nutrienti quanto in quelli d’ombra.

Questa grammatica del rispecchiamento con lo sguardo materno la ereditiamo. Un genitore che non ha elaborato la propria ferita di rispecchiamento — che non è stato visto, a sua volta, con accuratezza — tende a ripeterla senza saperlo: proietta sul figlio ciò che gli manca, chiede conferme che dovrebbe darsi da solo, oppure si ritira emotivamente proprio dove servirebbe presenza. Non è una colpa: è una trasmissione automatica, un pattern che si sposta di una generazione perché nessuno lo ha reso visibile a se stesso. Riconoscere che un certo modo di reagire al conflitto, all’abbandono o a eventi che scatenano reazioni emotivamente intense non è propriamente “nostro”, ma ereditato, è il primo passo. Elaborarlo — ossia renderlo cosciente, invece di riprodurlo per inerzia — è ciò che permette a quella eredità di fermarsi, invece di passare intatta a chi viene dopo.

Quando non viene elaborata, quella stessa ferita varca anche le mura domestiche. Gli individui la portano con sé nella vita pubblica, nei ruoli professionali, negli spazi di responsabilità e di decisione, proiettando nelle istituzioni la propria tensione irrisolta tra il bisogno di accoglienza e la rigidità del limite. La mancanza di rispecchiamento privato si trasforma così in una postura collettiva.

È in questo passaggio dall’intimo al sociale che la polarità tra nutrimento e autonomia riappare su scala sistemica. Un’intuizione che il filosofo francese Emmanuel Mounier aveva già formulato nella prima metà del Novecento: il suo personalismo cercava una terza via tra due estremi egualmente sbilanciati, l’individualismo che isola la persona dalla comunità e i collettivismi che la annullano al suo interno. La stessa polarità, in fondo, che intercorre tra una Madre che nutre fino a soffocare e un Padre che delimita fino a isolare.

Adriano Olivetti incontrò il personalismo di Mounier e ne fece non una dottrina da citare, ma un metodo di azione: la comunità concreta come luogo in cui persona, lavoro e territorio diventano inseparabili. Non era un’eccezione romantica al capitalismo industriale, né tantomeno un patriarcato illuminato. Era il tentativo strutturato di tenere insieme le due polarità: ancorare la fabbrica al territorio e alle persone, invece che a una produttività astratta e senza rapporto con chi la genera. Era supportare e rendere possibile per l’individuo uno sviluppo psico-culturale, interconnesso alla dignità di un lavoro e di un territorio. Lavoro e territorio che, nella comunità, trovavano l’espressione di un insieme. Insieme, nel quale, erano gocce e oceano. Identità individuale e appartenenza collettiva.

Una cultura che nega i cicli — che pretende crescita lineare e produttività costante, senza sosta né rigenerazione — è una cultura che ha smarrito la funzione materna a livello sistemico, esattamente come un’organizzazione che non integra mai la funzione del limite smarrisce quella paterna.

In principio, la madre. Ma integrarla non significa idealizzarla, né liberarsene: significa armonizzarne le funzioni. Nell’individuo, imparare a darsi il rispecchiamento che l’infanzia non può più restituire. Nella trasmissione generazionale, rendere visibile il pattern prima di ripeterlo, accoglierlo per trascenderlo. Nella cultura e nelle organizzazioni, costruire sistemi capaci di contenere tanto la crescita quanto la sosta. Senza scambiare, come fa l’ombra materna, il nutrimento per possesso, né, come fa l’ombra paterna, il limite per rigidità.

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