Numero sette: Nel nome del Padre

Al largo

Al largo

Una riflessione sulla funzione del padre, quella sottile, fertile, ormai quasi dimenticata.

C‘è una nostalgia difficile da nominare oggi, quella di una presenza che forse abbiamo smesso di riconoscere prima ancora di perderla.

Vieni con me, ti porto in una scena semplice. Un padre accompagna il figlio al largo. L’acqua non è più quella bassa e tiepida vicino alla riva, è più fredda, più profonda, e il corpo lo sente subito. Il bambino ha paura. Non tanto del mare, ma di quello che vede sotto: i ricci, il fondo scuro, l’ignoto che si fa visibile proprio perché l’acqua è limpida.

Il padre non lo tira indietro. Non minimizza. Resta. Gli dice che è lì, che può provare, che non lo lascia. E poi, a un certo punto, lo lascia andare, continua a esserci ma non si sostituisce.

Il bambino esita, si irrigidisce, poi si muove. Scopre che può stare lì dentro, attraversare la paura senza esserne travolto. Quando il corpo trova un ritmo, un respiro, quell’esperienza diventa sua. Non è più il padre a tenerlo. È lui che si tiene.

Quello che nasce, in quel momento, è coraggio, è identità.

Forse è questa la funzione del padre, nella sua forma più sana: protezione, contenimento, cornice. Una presenza che regge abbastanza a lungo da permettere al figlio di rischiare, e che poi si ritrae abbastanza da permettergli di esistere. Contenere e aprire. Tenere e lasciare andare. Due movimenti quasi opposti, eppure indivisibili.

Cloudbusting è un brano di Kate Bush del 1985 che adoro e mi commuove ogni volta che lo ascolto, è ispirato al memoir di Peter Reich, figlio di Wilhelm Reich, medico, psicanalista e teorico dissidente che credeva nell’esistenza di un’energia vitale cosmica, chiamata “orgone”, e fu per questo perseguitato dalle autorità americane fino alla morte in prigione. La storia tra padre e figlio è fatta di invenzioni stravaganti, arresti, separazione. Una storia in cui il padre è allo stesso tempo visione e fragilità, grandezza e crollo.

“I just know that something good is going to happen.”

Una frase che non racchiude ingenuità. È la traccia interna di chi, una volta, ha avuto qualcuno disposto a reggere il mondo abbastanza a lungo da permettergli di crederci ancora.

Quella frase, cantata da Peter, non da Wilhelm, dice tutto sulla funzione di cui sto parlando. Il padre non deve essere invincibile. Deve lasciare qualcosa che dura. Un’impronta nel corpo, nel modo di guardare le cose, nella capacità di aspettarsi che qualcosa di buono possa ancora accadere.

Anche una coppia famosa della mitologia ne ha fatto esperienza. Odisseo e Telemaco non sono solo padre e figlio: sono una relazione che attraversa assenza, ricerca, riconoscimento. Telemaco cresce senza una guida accanto: deve cercarsela, costruirla, immaginarla. Quando il padre ritorna, non lo riassorbe, non lo riporta a ciò che era. Lo incontra. Lo riconosce come qualcuno che nel frattempo è diventato.

Oggi questo equilibrio è fragile. Abitare quello spazio tra la forza che invade e l’assenza che abbandona richiede una sottile e preziosa precisione. Nel tentativo attuale di uscire dal patriarcato, abbiamo spesso perso anche ciò che del padre era vivo e nutriente. E nel cercare riequilibrio, a volte abbiamo spostato il peso senza creare vera integrazione.

Chiunque si trovi a orientare un altro essere umano, sia esso un genitore, un insegnante, o un mentore, si trova davanti allo stesso confine impreciso. Né troppo vicino, né troppo lontano. Né troppo fisso, né troppo assente.

È da lì che nasce qualcosa di raro: una libertà che non è fuga, ma continuità. La capacità di portare con sé ciò che viene prima, trasformato, fatto proprio, nel proprio modo di stare al largo.

Link al video di Kate Bush:
https://youtu.be/pllRW9wETzw?si=Cix0D05EH4KlBwqE

 

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